Ho eliminato definitivamente le piattaforme Meta e non ho mai avuto TikTok o X. Oggi racconto il mio vivere senza social.
Benvenuto nel mio giardino digitale nuovo di zecca, che vorrei usare un po’ per parlare della scrittura in generale, un po’ come scaffale dove tenere in ordine le mie pubblicazioni. Se sei arrivatə qui a causa delle mie squinternate avventure in Oriente, sappi che puoi leggerne ancora sul sito o iscriverti alla newsletter.
Vivere senza social nel 2026 è una sfida?
Per anni ci siamo abituati a stare chini su un piccolo schermo rettangolare, dove scorrono, in ordine sparso, una breaking news (che in realtà non così breaking), i sessantotto strati di creme che una ragazza all’altro capo del mondo si spalma sul viso, pubblicità di assorbenti non richieste (o proposte altrettanto invadenti a seconda del vostro genere), bambini che muoiono sotto le bombe o di inedia, Trump-Che-Dice-Cose, altra pubblicità, gossip di ogni genere, e persone bellissime o perennemente in vacanza o alla moda o tutte e tre queste cose insieme.
Cosa c’entra tutto questo con le mie solite pubblicazioni? Molto. Non si può scrivere senza un cervello attento, focalizzato, affilato. Non si può nemmeno viaggiare senza questi stessi requisiti: senza la capacità di osservare, di studiare, di porsi domande, il viaggio diventa solo un passaggio meccanico. Scrivere richiede, innanzitutto, la capacità di ragionare prima, durante e anche dopo; la messa in discussione di ciò che vediamo e leggiamo, il concentrarsi sull’essenziale. Altrimenti, è meglio non prenderla quella penna e starsene a casa. Scusate l’impertinenza.
Un cervello pieno di… cose
Per qualche motivo dimenticato, abbiamo accettato di sottoporci giorno dopo giorno a un flusso incessante di banalità e orrore, di immagini superficiali e violenza reale, mescolate senza gerarchia, senza contesto e senza respiro. Potrei sembrare estrema, ma dopo mesi trascorsi lontana dai social (eccetto il meraviglioso mondo del Fediverso) posso affermare con certezza che è urgente e necessario abbandonare Instagram, TikTok, X, Facebook e, per ragioni diverse, anche WhatsApp. L’effetto sulla mia vita è stato enorme: maggiore chiarezza mentale, riduzione dell’ansia e un forte alleggerimento cognitivo. Vivo benissimo anche senza sapere quali creme usa Maria o dove va in vacanza Giacomo; le persone a cui tengo hanno il mio numero di telefono e il mio indirizzo e‑mail.
La disinformazione è l’arma dei governi autoritari
Instagram e Tiktok sono diventati il nostro principale spazio di organizzazione politica, attivismo, informazione e relazioni, ma è tutto di bassissima qualità. Entriamo per distrarci e finiamo per alzare i livelli di stress; entriamo per informarci e finiamo per anestetizzarci. Nel 2026 dovrebbe essere scontato, ma non lo è. I social non cambiano le opinioni: le irrigidiscono. Non spingono all’azione: ci anestetizzano. L’attivismo performativo ci fa sentire “a posto” subito dopo aver pubblicato una storia su Rafah, ma nel frattempo consuma energia, acqua e risorse ambientali, alimentando ego, invidia e competizione. Chi dice che usa i social per “tenersi informato” dovrebbe valutare l’idea di aggiornarsi attraverso informazione di alta qualità, anche se dovesse costare qualche euro al mese.
Inoltre, “esserci” non significa semplicemente possedere un profilo: implica produrre contenuti per anni, interagire con troppa costanza, alimentare un algoritmo che ti penalizza se ti fermi e ti oscura se non paghi. È un lavoro a tempo pieno, gratuito, i cui profitti vanno a Meta.
Il risultato è una quantità enorme di tempo, energia mentale e forza emotiva sottratta a ciò che conta e riconvertita in valore economico per chi già detiene il potere. Stessa cosa per Tiktok, eh, ma non l’ho mai usato (perché va ben tutto, ma si può davvero sprecare la vita a fare dei balletti inutili o peggio ancora guardarli? Non importa se sembro supponente, ma credo che sia da idioti).
Come la cocaina
Ma fino a che punto è colpa nostra? Queste piattaforme sono state progettate per creare dipendenza e diversi studi paragonano i loro effetti alla dipendenza dalla cocaina. Usano ricompense intermittenti, stimolano la dopamina, frammentano l’attenzione. Hanno reso difficile annoiarsi, stare nel presente, riposare davvero. Trasformano il tempo libero in ansia, frantumano la nostra esperienza della realtà e rendono impossibile un pensiero profondo e continuativo. Come hanno sempre sottolineato i filosofi dall’inizio dei tempi, non è la ragione ciò che ci distingue dalle bestie?
Quando la tecnologia diventa mancanza di libertà
Di recente, però, ciò che più mi inquieta è il ruolo dei cosiddetti Tech Bros, gli oligarchi della tecnologia, che non solo sostengono apertamente regimi autoritari (come quello di Trump, ovvio), ma detengono una quantità impressionante di dati sensibili: nome, recapiti, preferenze, orientamento politico e sessuale. Molte app conoscono i luoghi in cui trascorriamo le notti e quelli in cui passiamo la maggior parte della giornata, riuscendo così a ricostruire dove viviamo, dove lavoriamo e persino a rintracciare membri del governo o dell’esercito. Oggi usano questi dati per proporci pubblicità mirate, ma domani? Anzi, il domani non esiste: sappiamo già che negli USA l’ICE usa l’app Élite, di proprietà di Palantir, per geolocalizzare gli immigrati e farne piazza pulita.
E se questi dati venissero usati per prendere di mira chi ha un pensiero politico diverso? Un orientamento sessuale diverso?
Nel frattempo, mentre noi facciamo scorrere pollice e occhi su sbobbe digitali inutili, Meta accumula potere, dati e risorse. Ha già dimostrato di collaborare con governi autoritari, censurare attivisti e facilitare violazioni dei diritti umani. Non è paranoia chiedersi dove finirebbero i nostri dati in uno scenario appena più distopico.
L’era della guerra cognitiva
Infine, mi preme sottolineare che i social non sono gratis: paghiamo con la nostra attenzione, con i nostri neuroni, in cambio di informazioni di bassissima qualità e slop che impoveriscono la vita, senza menzionare la guerra cognitiva in atto negli ultimi anni.
La guerra non è più sganciare bombe, bensì manipolare le idee. Cambia la narrazione, frammenta il ragionamento, spezza il filo del pensiero in brevi impulsi, ci fa arrabbiare e confondere toccando i nostri punti più sensibili mentre stiamo a capo chino su quello schermo rettangolare.
In un’epoca in cui la capacità di ragionare è l’unico atto veramente rivoluzionario che possiamo compiere per salvarci, questa frammentazione diventa una minaccia concreta alla nostra libertà mentale.

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