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Yunnan: La gola del salto della tigre e Dali

Andare in Yunnan ad agosto è una pessima idea per vari motivi: primo perché essendo stagione delle Grandi Piogge, piove tutto il giorno, rovinando il soggiorno o comunque impedendo di accedere a vari posti, come il Monte Nevoso del Drago di Giada e al trekking lungo la Gola del Salto della Tigre, ad altissimo rischio frane; secondo perché ad agosto sono tutti in ferie e un miliardo e mezzo di persone che si spostano non è uno scherzo.

Yunnan: la Gola del salto della tigre e Dali. Come raggiungerle e cosa vedere

Ogni giorno trascorrevo almeno metà della giornata in coda per entrare nei luoghi turistici o alle centinaia di controlli che in Cina si devono superare ogni giorno. I periodi migliori per andarci sono la primavera e l’autunno. Ciò nonostante ho vissuto bellissime giornate intense alla sovrannaturale Foresta di Pietra, un parco geologico di rocce cineree formatesi dopo il ritiro dell’Oceano centinaia di milioni di anni fa, nella città madre dell’etnia Naxi ai piedi dell’Himalaya, o in Paradiso a Shangri-la sull’altopiano tibetano.

虎跳峡, Hǔtiào Xiá, natura in Cina: la gola più bella del Fiume Giallo

Dopo aver vinto la morte nei tornanti tra il terreno friabile, l’abisso e i sorpassi del mio autobus nelle curve di montagna, l’autista mi lascia in un angolo di mondo totalmente sperduto, nel fango e sotto la pioggia. Non ero più né a Shangrila né a Lijiang, ma in una via che costituisce una cittadina a sé, Qiaotou, non lontana dalla Gola del Salto della Tigre. Fradicia, trascino i miei bagagli nel fango alla ricerca di un hotel. A parte lo sconforto per non sapere dove andare o come fare, sono un po’ triste perché i miei piani di due giorni di trekking sono andati in fumo.

La mia idea originale era stata di raggiungere Qiaotou, dormire lì, la mattina seguente prendere un mezzo fino all’ingresso del sentiero percorribile lungo questa vasta gola tibetana nella quale si snoda impetuoso il Fiume Giallo, nato dai ghiacciai sul tetto del mondo, dormire la prima notte in un qualche rifugio a metà strada, per poi continuare fino alla Tina Guesthouse il secondo giorno, fare ritorno a Lijiang il terzo e proseguire il viaggio fino a Dali.

Il Fiume Giallo

Il primo giorno l’escursione è più dura, in quanto si raggiunge il crinale superiore percorrendo le famose 28 curve, poi si discende fino a metà, all’Halfway Guesthouse. Il giorno dopo il sentiero è più regolare, ma scavato nel lato della montagna. In breve: se vi avventurate in Yunnan durante la stagione delle piogge non potrete percorrere il trekking nella gola causa frane (alcuni turisti in passato sono morti per poca prudenza, quindi da qualche anno l’accesso è chiuso in caso di piogge forti); ma si può sempre godere di una panoramica del fiume che a tutta velocità si fa largo tra le sinuosità dei monti, quasi ribollendo di schiuma marrone, rinforzata dalla pioggia.

Il Fiume Giallo: la mamma della Cina

Con le scarpe e lo zaino infangato, mi metto a chiacchierare con un autista. Come al solito, chiede cifre assurde, inizia a cercare posti letto in qualche guesthouse chiedendomi commissioni… le quotidiane storie da Asia. Alla fine cedo (l’alternativa sarebbe stata non vedere nulla ed essere arrivata lì senza motivo), gli lascio 200 RMB (25,6 euro) e mi faccio portare all’unica sezione della Gola del Salto della Tigre ancora aperta, perché rinforzata da passerelle di legno a distanza di sicurezza dalla roccia. In ogni caso, è anche la zona più popolare e, nonostante non abbia potuto farmi due giorni di scalata tra i monti come nel mio immaginario, ho comunque assistito alla potenza del Fiume Giallo, la mamma della Cina. Dopo averci navigato sopra in Gansu e quasi averci rimesso la vita per la follia del pilota, lo ammiro ora quasi alla sorgente.

La gola del Salto della Tigre

Per percorrere i venticinque chilometri da Qiaotou all’ingresso della gola, ci impieghiamo tre quarti d’ora causa il traffico dei turisti malgrado la pioggia forte. Si accede pagando un biglietto d’ingresso di 60 RMB (7,7 euro). Dalla piazzola per il parcheggio al lato della montagna si può salire o scendere seguendo le passerelle di legno. In alto si arriva su una terrazza con una magnifica vista sulle montagne ammantate e avvolte dalla nebbia, l’occhio spazia sulle curve del letto bronzeo che scorre veloce dall’Himalaya al Mar Cinese, lì dove acquista velocità tra i gomiti rocciosi. Scendendo giù si è a un passo dal rimescolio del fiume, le onde schizzano fino al viso dei turisti che cercando di farsi foto accanto alla statua di una tigre. Il rombo del fiume è assordante e sembra di essere dentro quel vortice di onde che schianta sulle rocce con la violenza che solo Madre Natura può avere. Vale la pena arrivare fin qui anche se non è possibile fare l’intero percorso, solo per lasciare che lo spaventoso aspetto della natura smuova il cuore.

Dalla gola ritorno a Qiaotou, l’autista si ferma nel punto infangato dove sono scesa e mi fa compagnia mentre aspettiamo il bus per Lijiang. “Prima o poi passerà”, mi dice. Chiacchieriamo del più e del meno, il suo accento è difficile da capire per me ma riusciamo comunque a scambiarci informazioni base. Dopo mezz’ora arriva il bus che mi ricondurrà a Lijiang. Ancora due ore e raggiungo di nuovo la città Naxi, questa volta trascinando i bagagli alla ricerca dell’ostello prenotato online. Chiedo informazioni qui e lì e tutti mi danno risposte diverse. Dopo quaranta minuti lo trovo e magia cinese: la mia prenotazione non risulta! (ma i soldi se li sono presi lo stesso). È sera, sono fradicia e piena di fango e ho pagato, non ho intenzione di andarmene. Le ragazze dell’ostello, gentilissime, mi danno un posto nella loro camerata da otto con tanto di lettiera per il gatto. “Non ci sono altri letti disponibili” “Ma almeno mi rimborsate parte dei soldi?” Chiedo speranzosa. “No, certo”. Mi ricordo di essere in Cina, che con i soldi non si scherza. Lascio correre, poggio i bagagli nella camera del gatto, mi asciugo e vado a bermi una birra solitaria nel cortile. Sorpresa, trovo i miei eroi conosciuti a Shangrila, la coppia di tedeschi che hanno mollato tutto per attraversare l’Asia.

La potenza del Fiume Giallo nella Gola del Salto della Tigre

Iniziamo a chiacchierare sorseggiando birra, fino a che non scopro che nella loro camerata da 6 letti ce ne sono 4 liberi e senza lettiera del gatto. Mi trasferisco subito da loro dopo le mille scuse da parte del proprietario. Non importa, sono abituata a queste cose senza senso che in Cina mi capitano fin troppo spesso. In ogni caso, non è un danno grave.

La mattina seguente faccio colazione con la coppia e scopro che lui ha 28 anni e lei solo 25, un informatico e un’infermiera. Si sono sposati l’anno prima, hanno lavorato sodo per mettere da parte i soldi, non hanno fatto neanche il viaggio di nozze. Alla fine hanno lasciato l’appartamento e si sono trasferiti dalla madre di lui per pochi mesi fino a quando non sono volati a Mosca, hanno attraversato tutta la Siberia prima e la Cina poi. Sono ancora in Asia che viaggiano a tempo pieno. Li saluto con la promessa di seguirli su Instagram.

La città del marmo: Dali

Porta della città vecchia di Dali

L’ultima tappa del mio viaggio in Yunnan è Dali. Il treno (mezzora, 34 rmb, 4 euro) mi porta lungo l’Erhai hu, fino alla città (3 milioni di abitanti). Qui si torna a respirare la Cina dopo tanto Tibet e altre minoranze etniche. Gli han (il 90% dei cinesi), si mescola ai Bai, con i loro copricapi colorati e la curiosa lingua birmano-tibetana. Dali è famosa in Cina per la sua pietra, dalishi, ovvero il marmo: è possibile ammirarne varie opere nel centro o nel Museo di Dali, una delle maggiori attrazioni della città. Risale all’epoca del regno indipendente Nanzhao (VIII-X secolo). Anche qui il centro storico è rimasto intatto: così diverso dal villaggio Naxi di Lijiang e da quello Tibetano di Shangrila, è costituito da larghe vie lastricate, fiancheggiate da case in legno chiaro, salici piangenti e fontane adorne di fiori. È ancora più commerciale dei due precedenti, le ex dimore ospitano negozi di tutti i tipi, banche, supermercati e persino un MacDonald’s. Varie porte nelle mura dividono la città antica dagli stradoni di quella nuova.

Il centro storico di Dali

A est, in dieci minuti di pedalata, si arriva al noto lago Erhai, circondato dai monti e, quel giorno, da un magnifico arcobaleno appena prima che il sole calasse. Le attività più comuni sono la pedalata attorno al parco, il giro in barca sul lago e la traversata fino al villaggio tradizionale Wase o all’isola Putuo, sulla quale sorge un tempio in onore della dea della Misericordia Guanyin.

Attorno alla città sorgono vari templi, ma l’attrazione più famosa sono le Tre Pagode (Santasi), la più alta delle quali raggiunge i 72 metri. Con lo sfondo dei monti che circondano la vallata di Dali e dell’Erhai Hu, sono suggestive se viste da lontano.

Una famiglia Bai, l’etnia in maggioranza a Dali

Dali non mi ha colpita molto, mi sarei immaginata molto di più, mea culpa e delle mie aspettative. È turistica fino alla follia, le vie del centro sono trafficate dai motorini e ci si ritrova bloccati a piedi tra i veicoli a due ruote respirandone i gas di scarico. Inquinamento dell’aria e acustico. La folla era esagerata, quasi come essere nella metropolitana di Canton. Eppure si vedevano il cielo e la natura e ho visto stupendi templi buddhisti dalle sculture dorate. Il bello e il brutto in connubio, una punta di bello nel brutto e una punta di brutto nel bello, come il simbolo del Tao, coma la Cina.

Un po’ di “sano” casino cinese a Dali

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