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Viaggio sola a Phnom Penh

di Alessia Culpo instagram @alessia.clp

La Cambogia vista dall’aereo è una pianura verde e gialla e rossa tutta frammentata in tanti quadratini irregolari. Appena esco dal piccolo aeroporto della capitale, Phnom Penh, vengo assalita simultaneamente da un’afa soffocante e da uno sciame di tassisti bramosi di spennare la disorientata turista occidentale.

Viaggio sola a Phnom Penh: in giro tra le sue vie, i mercati e i musei

Provo un po’ a contrattare, ma alla fine sborso ben 12 dollari a un raggiante autista e insieme ci immergiamo nel traffico della capitale, in una moltitudine di tuk-tuk, carretti e motorini che sgusciano tra macchine costose. Ci scorre di fianco un carro armato con sopra dei ragazzi in passamontagna che si muovono come dei gorilla. Ecco, è cominciata la guerra proprio oggi che sono arrivata io! Cerco di intavolare una conversazione con il tassista, prima in inglese, poi in cinese, e perfino in francese anche se non lo so; alla domanda “You live here?”, mi risponde “I don’t live”, e capisco che è il caso di abbandonare l’impresa.

Il primo impatto con Phnom Penh per una donna sola

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Una via di Phnom Penh

Allora mi dedico ad un’attenta osservazione dell’ambiente fuori dal finestrino: un insolito collage in cui eleganti concessionarie che vendono auto di lusso sono affiancate da sporchi garage che vendono qualsiasi cosa. Nel frattempo un’ambulanza suona indignata proprio dietro di noi, ma la sirena serve poco perché nessuno si scosta; prendo mentalmente nota di non farmi mai male.

Dopo un tempo indefinito il mio loquace autista mi fa segno che siamo arrivati. Il mio ostello si chiama Dolphin Hostel. È ad un incrocio sovrastato da alberi selvaggi, rischiarato da tanti neon che illuminano uomini che bevono e fumano vicino a ragazze seminude, che all’inizio sospetto siano prostitute e più tardi ne avrò la certezza. Bene: io sono qui da sola. Vedo una ragazza bionda che cammina disinvolta nei suoi shorts cortissimi. E io che mi sono portata solo pantaloni lunghi perché nella guida raccomandavano di coprire le ginocchia! All’ostello sono accolta con estrema gentilezza, ma il mio entusiasmo si sgonfia subito alla vista della piccola camera, senza chiusura a chiave e con il pavimento ricoperto di bucce di banana. Raccolgo tutto ciò che mi sta a cuore e lo ripongo in un piccolo zaino.

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Di fronte al palazzo reale

Il big boss dell’ostello, un omone dallo sguardo tenero, mi consiglia di tenerlo sul davanti perché i furti sono all’ordine del giorno. E decido che il mio zainetto diventerà un’estensione diretta del mio corpo. Esco a camminare ostentando sicurezza per dissuadere eventuali scippatori e mi ritrovo quasi subito sul lungofiume del Mekong. Caos generale. Mi siedo in un localino dall’aria cheap e ordino una birra: una Angkor da 0,5 $. Ancora non sapevo che di lì a nove giorni sarei stata della stessa sostanza di quella birra. La colpa in realtà è da imputare ad un articolo che avevo letto il quale sosteneva che in alcuni Paesi è più salutare bere bevande che acqua.

Un ragazzo seduto non lontano da me attacca bottone: è di Amsterdam. Gli chiedo “Phnom Penh è sicura?” ed ecco che si lancia nell’accalorata narrazione di come è stato derubato il giorno prima. E un po’ tremo. Cosa sono venuta a fare qua da sola? Non potevo andarmene semplicemente al mare? Finita la birra mi defilo dritta dritta al mio ostello. Intanto però non posso fare a meno di notare l’enorme quantità di stranieri, la maggior parte dei quali sono inspiegabilmente donne di mezza età, che se vanno a spasso spensierate come se fossero in Svizzera.

In giro per la Phnom Penh: il museo nazionale

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Il museo nazionale

Il secondo giorno, dopo aver rinchiuso passaporto e soldi dentro un armadietto di sicurezza, esco in avanscoperta. Riprendo la strada del lungofiume, camminando tenendomi stretta lo zaino come se fosse mio figlio. Annuso l’aria alla ricerca dei croissant tanto decantati nella guida sulla Cambogia. E possibilmente anche un caffè. È una piacevole giornata ventilata, non troppo calda. Nel bar dove finalmente mi convinco a far colazione chiedo anche indicazioni per il Palazzo Reale e finisco per raccontare la mia vita a un rispettabile signore del Galles. Lui dal canto suo mi raccomanda di andare a piangere ai “Killing Fields” e mi racconta a mezza voce di come anche il Re è stato complice della carneficina perpetuata dagli khmer Rouge. Quando ormai ho finito i miei due croissant, se ne va augurandomi buona colazione.

Proseguo e poco dopo mi ritrovo ad ammirare una bella costruzione non facilmente identificabile: una sorta di pagoda dorata, all’entrata due torri elaborate, anch’esse dorate, poi qua e là dei templi, attorno a un recinto con dentro quattro mucche. Chiedo delucidazioni a un uomo appostato all’ingresso, una sorta di cerbero con un occhio malconcio, ma lui di tutta risposta mi chiede se voglio andare ai “Killing Fields”. Cammino seguendo l’istinto e mi ritrovo circondata da palme e piante esotiche nel giardino di un palazzo color rosso-mattone. Senza volerlo sono arrivata al Museo Nazionale, che raccoglie migliaia e migliaia di statue e statuette, bronzi e ceramiche pre-khmer, khmer e post khmer. Dopo aver letto tutte le targhette del museo in due ore, vorrei quasi non sentir più parlare degli khmer. Rimango affascinata da una statuetta con sedici braccia, otto teste, che si regge su una gamba sola. Realizzo solo dopo che è proprio l’immagine stampata sul volantino del Museo (ma allora ho gusto!).

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L’autrice a Phnom Penh

Le pareti dell’ultima stanza del palazzo sono coperte da escrementi, che sospetto sia guano dato che si vocifera sotto il tetto viva una colonia di pipistrelli. È la struttura dell’edificio che più mi cattura: rimango a lungo seduta su di una panchina del cortile interno, con gli occhi pieni dei colori brillanti della vegetazione e delle decorazioni del tetto a forma di serpente. La mia guida spiega che questi abbellimenti architettonici sono tipici del sud-est asiatico e si chiamano naga. Forse vedendomi sola soletta, una ragazza si avvicina e prende posto accanto a me. È Ida, una biondissima danese che sta facendo il giro del mondo da sola. Ci accordiamo di visitare insieme i benedetti Killing Fields e poi le nostre strade si separano con la stessa semplicità con cui si sono incrociate.

Street 178: la via degli artisti

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Murali sulla storia del Buddha

Vago lungo la “street 178”, battezzata “via degli artisti”, ma che ribattezzerei “via dei garage che vendono quadri di dubbio gusto”. Dagli ariosi stabili dell’Università di Belle Arti finisco poi alla pagoda Sarawan. Sono appoggiata alla porta d’entrata del tempio, intenta a osservare dei bambini in stracci che giocano, quando un ragazzo sorridente mi invita ad entrare. A terra tre monaci russano beatamente di fianco ai resti di un pranzo e a un computer portatile impostato su un video. Il ragazzo chiacchiera: non capisco se vuole farmi da guida, se vuole provarci o se non vuole niente. Mi illustra la storia del Budda rappresentata nei murali sulle pareti, mi spiega che i monaci sono i soli a poter mangiare nel tempio, e solo due pasti, la colazione e il pranzo, e infine mi invita a sedere con lui. Quando lo saluto mi dice che spera che io ritorni il giorno dopo. L’incontro mi lascia una bella sensazione: mi sento finalmente benvoluta da questa città!

Il mercato di Phnom Penh

Carica d’ottimismo riesco a contrattare un passaggio in scooter per il Mercato Centrale per soli 2000 Riel. Per i due minuti di viaggio non faccio altro che urlare all’orecchio del mio motociclista di andare piano. Presto scopro che non vale la pena rischiare la vita per una visita al Mercato di Phnom Phen: la sua struttura a cupola potrà essere suggestiva, ma l’edificio non può compere con il Gran Bazar di Istanbul o il Mercato della Seta di Pechino. Al posto dei “banchi stracolmi di frutta e verdura, una gioia per gli occhi e per la macchina fotografica”, sono attorniata da bancherelle di souvenir per turisti e vestiti di discutibile qualità. Ma dato che per ora sono proprio queste le sole cose che mi posso permettere, per due dollari compro un paio di pantaloni con degli elefanti di cui sono subito molto soddisfatta.

Riprendo poi la strada e mi ritrovo sul fiume: la passeggiata è davvero piacevole, con il vento caldo che soffia e fa sventolare le bandiere di tutte le nazioni infilzate una dopo l’altra lungo il Mekong. Mi imbatto di nuovo nel signore del Galles che questa mattina ha allietato la mia colazione con i macabri dettagli del genocidio degli khmer rouge e ci salutiamo complici. Quando riprendo a camminare non mi sento più sola: conosco già qualcuno per la strada!

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Un’altra via

Calore, odore di cibo e il night market

Mi ritrovo finalmente nella piazza su cui si affaccia il complesso del Palazzo Imperiale: metà popolazione della capitale sembra essersi data appuntamento qui al tramonto. Bambini corrono ovunque, adulti gettano a terra granoturco attirando frotte di uccelli pestilenziali. In un bar affacciato sul fiume divoro una bruschetta-baguette annaffiata nell’ormai immancabile birra Angkor. Fa piuttosto caldo, ma forse è l’alcol. Il crepuscolo come sempre risveglia l’animale notturno in me, perciò riprendo la strada seguendo l’istinto e finisco al Mercato Notturno. Gli odori di cibi oleosi e speziati impregnano i vestiti penzolanti delle bancherelle. Le luci al neon sono così accecanti che non riesco a scegliere nulla al banco della bigiotteria. Nel frattempo, su di un palco improvvisato, coppie di ragazzi si esibiscono in canzoni neo-melodiche khmer.

Una volta tornata al dormitorio comune dell’ostello, assisto un po’ infastidita ma un po’ esaltata a un interessante scontro di culture. Una ragazza francese chiede prima gentilmente e poi sempre più scocciata alla giapponese accanto a lei di spegnere il suo faretto di luce che, nonostante siano le due di notte, tiene ancora acceso. Ma la giapponese ogni volta risponde ostinata che lei ha il diritto di disporre a proprio piacimento di quella luce. Qual è il contrario di persona empatica? La discussione diventa così calda che la francese sembra quasi pronta a scagliarsi sulla giapponese. Io, immobile nel mio letto come un sasso, tifo segretamente per la francese, dato che la fastidiosa lucetta sembra il faro del dentista e non mi lascia dormire. Dopo una mezzora di strepiti e minacce che svegliano tutto l’ostello, la francese riesce a cambiare stanza. Dopo cinque minuti la giapponese spegne la luce.

Il viaggio a Phnom Penh continua la settimana prossima! Stay tuned

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Angkor Beer eCurry

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