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Viaggio sola a Phnom Penh – parte due

di Alessia Culpo instagram @alessia.clp

Per leggera la prima parte del mio viaggio in solitaria a Phnom Penh clicca qui.

Il terzo giorno ho appuntamento con Ida, la solitaria viaggiatrice danese, per andare a visitare il Museo del Genocidio S-21 e i Killing Fields di Choeung Ek. Prendiamo il mezzo di trasporto più in auge tra i turisti occidentali a Phnom Phen, il tuk-tuk. Viaggiare in tu-tuk è semplicemente eccezionale: in futuro, dovunque debba andare, voglio andarci solo in tuk-tuk! Questo veicolo è la concretizzazione della libertà e della leggerezza. L’unico fastidio è che ci consigliano di avvinghiare gli zaini alla caviglie, in modo che nessuno possa rubarceli durante la corsa. Subito penso che, se li afferrassero con forza, trascinerebbero giù anche noi.

Viaggio sola a Phnom Penh: continua il mio in solitaria viaggio in Cambogia

Il percorso fino al Museo si rivela entusiasmante. La palese inesistenza del concetto dei due sensi di marcia, così come di qualsivoglia altra regola stradale, rende la scarrozzata molto avventurosa. Sgusciamo a tutta velocità nel traffico, perdendoci in un labirinto di vie e viuzze, quasi dovessimo disperdere un inseguitore. Dopo una mezz’ora la nostra faccia e i nostri capelli sono dello stesso colore della terra rossa delle strade.

Il Museo del Genocidio S1 e i Killing Fields: l’atroce storia del regime degli Khmer rossi

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L’ingresso del Museo del Genocidio S-21

Il Museo del Genocidio S1 è toccante: mi ero già vagamente informata sulla storia degli Khmer rossi prima di venire in Cambogia, ma l’audio-guida del museo illustra in maniera molto dettagliata questo passato così atroce. Alcune volte devo respirare profondamente per digerire quello che sto sentendo mentre altre evito direttamente di ascoltare gli agghiaccianti approfondimenti.

Terminata la visita il nostro affezionato pilota ci conduce ai Killing Fields, situati a 15 chilometri dalla città. Brucerei dalla voglia di documentare tutto ciò che mi scorre di fianco con il cellulare, ma qualcuno potrebbe facilmente strapparmelo dalle mani. Devo affidarmi alla memoria. Lunghe schiere di baracche fatiscenti sono interrotte qua e là da pompose ville. Per la strada frotte di bambini scalzi e sporchi passeggiano accanto a fiammeggianti macchine costose, mentre in lontananza, mucche bianche cercano l’erba scacciando con il muso magro i pezzi di plastica che ricoprono i prati. Disseminati come oasi nel deserto, i templi colorati sembrano l’unico oggetto di cura e conservazione.

I Killing Fields sono una vasta aerea erbosa dove le vittime degli Khmer rossi venivano deportate e massacrate nei modi più disumani. Gli edifici originali sono stati smantellati subito dopo la fuga dei rossi, quando la miseria era tale da costringere la popolazione a ricercare ovunque le risorse necessarie alla sopravvivenza. Durante la visita si passeggia tra quelle che sembrano innocenti collinette, ma che sono in realtà cumuli di terra che ricoprono le vecchie fosse comuni. Intanto una radio trasmette l’inquietante musica della propaganda del partito, la stessa che veniva emessa a volume assordante per coprire i lamenti strazianti dei prigionieri.

“Albero dell’uccisione contro il quale i giustizieri picchiavano i bambini”

La scalata al complesso di Wat Ounalom nel centro di Phnom Penh

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Wat ounalom

Al termine del percorso ci attende un filmato, che ci mostra lo stato delle cose al momento della riscoperta del sito: il lavoro di recupero è ammirevole, ma non ancora sufficiente a rendere giustizia a una tale catastrofe. Dopo la visita, torniamo in città dove saluto forse per sempre la mia compagna di viaggio di quel giorno. Non sono ancora stanca perciò mi avvio a un tour del centro, e  ritrovo nel complesso templare di Wat Ounalom. Decido immediatamente di imitare alcuni ragazzini e fare anche io la scalata all’imponente costruzione dorata. Raggiungo non senza problemi la sommità e mi siedo sudata per godere della meritata vista: il sole sfiora flebile le case di Phnom Phen e le ombre danno vita alle decorazioni a forma di serpente sui tetti.

I piccoli abitanti sembrano muoversi al rallentatore, mentre la brezza rinfrescante delle cinque muove le vesti arancioni sui corpi dei monaci, immobili come le statue dei Buddha. Anche io percepisco una singolare freschezza, in punto insolito del mio corpo, e realizzo con orrore che le cuciture anteriori dei miei pantaloni con gli elefanti si sono sgualcite. Mi precipito giù e corro tutta scomposta verso l’ostello.

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Wat ounalom – interno

Quando, con dei pantaloni più adeguati, scendo nella hall con l’intento di rallegrarmi in solitudine con qualche Angkor, mi si avvicina la francese che la notte prima ha tenuto sveglio tutto l’ostello e si scusa con me per il disagio creato. Affianco a noi prende subito posto un ragazzo turco, insegnante di ingegneria all’università alla sola età di ventotto anni. Individuato in questo strano trio un pubblico potenzialmente interessante, si aggiunge un ragazzo cambogiano che comincia a raccontarci aneddoti sul suo Paese.

Il Re riceve solo i più poveri

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Dettaglio del palazzo reale

Il più interessante è indubbiamente il discorso sul re: a detta sua, solo i sudditi più poveri sono ammessi in sua presenza, dato che è compito del sovrano occuparsi di loro. Ma anche gli uomini più benestanti possono comprarsi un’udienza dal re alla modesta cifra di diecimila dollari. Tuttavia, anche in tal caso è difficile che facciano poco di più che abbassare lo sguardo e fare la riverenza. Il ragazzo cambogiano ci spiega che in Thailandia al cospetto dell’imperatore bisogna prostrarsi a terra con tutto il corpo. Quanto a lui, ha avuto l’onore di intravedere sua eccellenza il re in occasione di una manifestazione. È stato dentro il Palazzo Reale una sola volta, per non arrecare troppo disturbo al re.

Esauriti tutti gli argomenti riguardanti il re, inizia a impartirci lezioni di khmer, partendo dai numeri e dalle parole più basilari. Una fonetica al limite del producibile. Intanto le Angkor vuote si accumulano sul tavolo e a fine serata, in un impeto di affetto per il mondo, prometto al ragazzino della reception uno dei miei braccialetti preferiti. Anche il big boss dell’ostello mi ha preso in simpatia, ma forse perché gli offro le sigarette coreane.

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