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40 giorni di viaggio in Asia da sola: Laos e Cambogia

Questa è la seconda parte dei miei 40 giorni di viaggio in Asia da sola.

Dopo aver lasciato la Cina e Hong Kong, mi sono diretta verso Sud per continuare il viaggio dei miei 26 anni. Due voli e uno scalo notturno all’aeroporto di Kuala Lumpur, dove mi sono accucciata accanto a un gruppo di donne indiane per riposare un po’, mi hanno portata nella meravigliosa Luang Prabang, patrimonio UNESCO. Credo che il mio cuore sia ancora lì, dovrò andare a riprenderlo prima o poi.

Viaggiare da sola in Laos e Cambogia è un’esperienza da provare

Leggi la prima parte del viaggio qui!

Luang Prabang: antica città reale

Non mi soffermerò molto sui due giorni a Luang Prabang, ma potete leggerli cliccando qui. Ve li consiglio, se avete voglia di vivere un viaggio pieno di poesia in un Oriente che sta scomparendo.

Luang Prabang cosa vedere
Tramonto dal Mount Pusi

A Luang Prabang ho alloggiato in una guesthouse immersa nel verde per 5 dollari al posto letto: ero in camera con una ragazza cinese che si lamentava degli occidentali in Cina (ci rubano il lavoro!) e due ragazzi americani. Era gennaio ma faceva caldissimo: potevo finalmente lavare i vestiti per 1 dollaro e lasciarli asciugare al sole tropicale mentre me ne andavo in giro. Tra le varie esperienze, non dimenticherò mai la mia prima Tom Yum Soup gustata su una terrazza lungo le sponde del Mekong per un paio di dollari e quel buonissimo caffè laotiano col latte condensato al costo di cinquanta centesimi. Ecco come si viaggia con poco e si vive appieno.

Piccola nota: è bene arrivare in Laos con un po’ di dollari americani. È in questa valuta che si paga il visto all’arrivo ed è anche la valuta comunemente accettata. I soldi locali, i “lao”, non possono essere cambiati all’estero, quindi vi converrà convertirli prima di lasciare il paese.

Kuangsi falls
Le cascate di Kuangsi

Vientiane: la capitale

Finita l’esperienza a Luang Prabang mi sono diretta alla capitale Vientiane: 11 ore di bus che non mi sono pesate affatto. Lo spettacolo fuori dal finestrino era affascinante, il verde che ammantava le colline così intenso, fitto e lussureggiante, il sole arancio scendeva a poco a poco. Con me avevo un libro: i migliori compagni di viaggio. Inoltre, in Laos si può acquistare una SIM card della durata di dieci giorni in caso di necessità.

A Vientiane avevo già prenotato un ostello online e ho portato con me i due anziani malesi conosciuti in bus. Ho pagato meno di 10 dollari per l’alloggio. Nella capitale laotiana ho trascorso due giorni di sorpresa continua, in questa città zeppa di templi e scooter, in un perfetto mix tra orientalismo e occidentalismo, tra radici nella tradizione e rami tesi allo sviluppo (il resoconto è nell’articolo insieme al soggiorno a Luang Prabang). I momenti più belli sono stati quelli del tramonto, quando correvo con tutti i cittadini sulla sabbia per ammirare il sole calante in uno scoppio infuocato Oltre la sponda thailandese.

Tuk Tuk
Famiglia su un tuk tuk

Il Sud e la traversata sul Mekong

Passando per un bunker adibito ad aeroporto, ho volato fino a Pakse, accettando la gentilezza del mio vicino che mi ha portata prima a mangiare una buonissima colazione vietnamita e poi a realizzare il mio sogno: navigare sul Mekong! Questa alternativa è più costosa, 80 dollari, ma si può percorrere il tragitto anche in bus per meno di un ottavo del prezzo. Ho preferito comunque coronare il mio sogno e viaggiare sola con il traghettatore in una delle esperienze più forti della mia vita. Smontata a Champasak, mi sono ritrovata indietro nella storia laotiana medioevale: qui sorgono infatti le rovine di Wat Phu, l’antica capitale Khmer prima di Angkor Watt. La notte ho alloggiato in una guesthouse con il terrazzo affacciato sul Mekong in una stanza tutta di legno condivisa con una ragazza belga, anch’essa viaggiatrice solitaria, per soli 5 dollari a notte. Tutta la storia di Champasak e Wat Phu è in questo link. Ricordo molto bene di essermi seduta a un tavolo del terrazzo per avere la mia solita colazione di mango fresco e caffè laotiano, di aver chiacchierato con il gestore e di avergli detto, infine, “Non si può che essere felici se si vive qui.

Laos cosa vedere

Le 4000 isole

L’ultima tappa del Laos è stata scendere con un bus fino alle 4000 isole, quelle che appaiono solo nella stagione secca, per riposare 3 giorni nel mio piccolo bungalow privato con tanto di terrazzino e amaca (3 dollari a notte), per girovagare tra le isole in bici e per passare piacevolmente il tempo con gli hippies. Qui tutta la storia di Si Phan Don e di chi ci viene per essere dimenticato.

Ballerina celeste su un tempio a Wat Phu

In viaggio verso la Cambogia del Sud

Alla fine del viaggio, nonostante fossi all’improvviso febbricitante e con l’intestino sottosopra, sono risalita in bus fino a Pakse (da dove ero partita con la barca), città orribile nella quale l’unica cosa da vedere è un tempio deserto che assomiglia a un cimitero. Da qui ho preso un volo per Vientiane e poi uno per Pnom Penh, in Cambogia, dove mi aspettava la mia amica. Mentre lei si godeva la sua Pnom Penh in solitaria (qui), io tenevo stretto il mio zainetto sul tuk tuk in mezzo al delirio della capitale, fino a che non sono giunta in quell’ostellino lungo il Mekong nel quale avrei dovuto trovarla, ma non c’era. Grazie a Dio, tutti la conoscevano e mi avevano indicato dove era andata a bere Angkor Beer.

Viaggio da sola in Asia
In giro per l’Asia

Non mi sono fermata a Pnom Penh perché ci siamo subito dirette a Kampot, nel Sud, in bus e rischiando una collisione a ogni curva. Una nazione di pazzi alla guida e di magrissime vacche bianche con la gobba, ancora piena di mine antiuomo e del ricordo dei massacri. A volte si vede qualche lenzuolo bianco sul ciglio della strada, pallido nella penombra notturna, e ogni viaggio in macchina nei seguenti dieci giorni è stato una sfida alla morte.

A Kampot, in questa anonima città di mare, l’idea originale era stata di alloggiare in un posto di campagna lontanissimo, raggiunto nel buio totale a bordo di un tuk tuk sgangherato, e gestito da un gruppo di fattoni che ci hanno dovute mandar via perché non c’era posto per noi, nonostante la prenotazione. E anche perché gli avevo inveito contro per la loro disorganizzazione, mentre ero sempre più senza forze. Con l’immancabile tuk tuk abbiamo fatto il viaggio a ritroso e l’autista ci ha scaricate davanti a un hotel nel quale abbiamo alloggiato per soli 10 dollari.

Alla fine è stato meglio così, perché durante la notte sono stata così male che la mia amica pensava già a cosa farne del mio cadavere. Non ci sono medicinali in Cambogia, sono solo bustine e sali minerali spacciati per medicamenti, ma grazie a Dio la mia amica aveva di che curarmi.

Koh Tunsey: l’isola dei conigli

Comunque sono sopravvissuta. Un po’ malconcia, il giorno dopo abbiamo raggiunto Kep, con le sue oscene statue bianche in riva al mare. In entrambe le città non c’è molto da vedere, ma da Kep si arriva in fretta alla minuscola isola dei conigli, Koh Tunsey.

La maggior parte dell’isola è vergine ed è popolata solo da un paio di gruppi di bungalow, due ristoranti e qualche sedia a sdraio sotto le palme da cocco. La corrente elettrica viene attivata solo due ore al giorno di sera. Il bungalow, per soli 3 USD a persona, era diventato la nostra casetta dove riposarci e rimetterci dalle intossicazioni del cibo laotiano.

Rabbit Island
Verso Koh Tunsai

A cena ci siamo lasciate convincere dalla proprietaria di uno dei ristoranti che, con i suoi “gnam gnam” “glu glu” per attirare i clienti, gestisce alla grande il proprio business. Il cibo era spettacolare, in particolar modo l’amok e il pesce fresco. E poi la birra Khmer costa mezzo dollaro americano. Un affare.

Ragni rossi giganti sulla mia spalla a parte (dai quali mi ha salvata un strano personaggio, un allevatore di cani spagnolo che girava per la Thailandia e la Cambogia in moto, senza poter comunicare perché non sapeva altra lingua che la sua), è stata una serata da sogno: pochissime persone su un’isola lontana dal mondo conosciuto, senza elettricità, senza internet, con solo la natura e l’infrangersi delle onde. La mattina seguente, dopo aver rinunciato all’esplorazione dell’isola (è praticamente impossibile entrare nella vegetazione, specie se ai piedi si hanno delle infradito) ci siamo distese in amaca a leggere e a bere succo di cocco, prima di partire alla volta di Sihanoukville e di imbarcarci (seguite dall’allevatore di cani) per Koh Rong Samloem.

Cosa fare in Cambogia
A Koh Tunsai

Koh Rong Samloem

Quest’ultima è gemella della famosa Koh Rong piena di backpackers e di locali serali, ma molto meno conosciuta. Qui i prezzi levitavano, soprattutto considerando che era pieno di coppie e famiglie cinesi in vacanza per il loro Capodanno. A prima vista, Koh Rong Samloem è un posto idilliaco, con finissima sabbia bianca, mare turchese e palme di cocco, ma nel retroscena è sporca e inquinata. Un esempio: nel nostro ostello bruciavano la spazzatura nel cortile sul retro e, come a Koh Rong, i resti finivano in mare. Non esiste acqua pulita (per due giorni ci siamo fatte la doccia con l’acqua di mare) e brulicano germi.

Il nostro ostello era anche ristorante “italiano”, ma gestito da un turco che si fingeva nostrano. Lì abbiamo fatto amicizia con un insegnante di sub, anche lui turco, che un tempo addestrava squali per gli acquari. Certo che se ne fanno di incontri interessanti in giro per il mondo.

Koh Rong Samloen
Koh Rong Samloem

A Koh Rong Samloen non c’è nulla da fare se non nuotare, sdraiarsi sulla sabbia, bere birra Khmer, conoscere addestratori di animali, leggere e riflettere sulla tragedia della Cambogia. All’alba, mentre la gente passeggia o fa jogging, si può ammirare il sole sorgere dalla distesa turchese, seduti sulla sabbia bianca, in un mondo di finto cristallo con riflessi oro e rosa, mentre alle tue spalle la spazzatura brucia.

Un paradiso di facciata
Sulle isole tropicali

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