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Viaggio sola: Angkor Wat e Battambang

È passato molto tempo da quel viaggio, dai 40 giorni in Asia da sola. Eppure, quando sarebbe un momento migliore per ricordarlo se non ora che sono – siamo –  chiusi in casa, in quarantena, senza sapere quando tutto finirà, quando potremmo tornare a riabbracciare i cari e a viaggiare?

Non ci resta che spostarci con la fantasia, con i libri, con la scrittura.

Viaggio sola: Angkor Wat e Battambang. La terza parte dei miei 40 giorni in Asia in solitaria

Il viaggio era iniziato a Pechino, continuato nel freddo siberiano della Manciuria (ero andata a vedere il Festival del Ghiaccio di Harbin con -26 gradi centigradi), prima di scendere verso sud, sempre più vicina al caldo. Mi hanno accolta l’industrializzato Jiangsu e i suoi indovini, Shanghai con i grattacieli vertiginosi e Hong Kong con gli stretti vicoli e l’umidità subtropicale. Per leggere di questo viaggio dall’estremo Nord della Cina all’estremo Sud – tutto in treno – puoi cliccare qui.

Dalla magica iper-affollata Hong Kong un aereo mi ha portata nella vegetazione tropicale del Laos, una barca mi ha fatta scivolare lungo il Mekong, e poi ancora la Cambogia, con le sue bianchissime spiagge e le isole deserte. Lo racconto qui

E dopo, cosa è successo? Viaggio in Cambogia: il Nord e l’Ovest

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I fichi strangolatori di Angkor Wat

Eravamo rimasti all’incantevole isola di Koh Rong Samloen e ai roghi di spazzatura. Da lì un aliscafo molto, molto ondeggiante ha portato me e la mia amica a Sihanoukville, la città rinominata in onore del re cambogiano Sihanouk, appunto. Poi, su un autobus notturno per soli stranieri – chissà perché – in dodici ore di viaggio sdraiate in una cuccetta a una piazza e mezza abbiamo attraversato la nazione da Sud a Nord fino a Siem Reap mangiando mini-banane staccate da un banano nel pieno della notte in una sorta di autogrill fatto di baracchini.

Siem Reap è una cittadina asiatica molto traffica, i tuk tuk e i motorini sfrecciano qui e lì. È  piena di turisti bianchi che indossano colorati pantaloni con gli elefanti o piccoli stand ambulanti di giovani occidentali che vendono caffè e frittelle. Tra i negozi in stile francese e i boulevard alberati dove mangiare l’amok, trovare un posto dove dormire è facilissimo, data la grande quantità di stranieri in visita. Dopo aver vagato un po’ abbiamo trovato una stanza privata per due in un hotel molto bello e pulito – il Banana Hotel – con giardino interno pieno di palme di banani, al prezzo di 22 euro a notte.

L’antica capitale Khmer Angkor Watt

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Davanti all’hotel una fila di tuk tuk aspettava il prossimo viaggiatore da portare Angkor Watt.

A 4 km a Nord di Siem Reap si estende l’antica capitale Khmer, costruita nel dodicesimo secolo dal re Suryavarman II. Noi occidentali siamo abituati a dire che “venne scoperta” nel 1860 dall’esploratore francese Henri Mouhot (fu sepolto non lontano da lì quando morì di malaria, contratta in Indocina). Eppure i cambogiani hanno sempre saputo che i fichi strangolatori si arrampicavano sugli imperscrutabili faccioni di pietra nascosti nella foresta tropicale. Ci piace raccontarcela così, come se il merito fosse nostro.

Angkor Watt si visita in circa cinque giorni: abbiamo però acquistato il biglietto da 3 (esiste giornaliero, da 3 e da 7 giorni). È visitabile anche in motorino o bicicletta, ma a noi piaceva chiacchierare e condividere lattine di Sprite con il conduttore del tuk tuk, che si lamentava come noi dei prezzi assurdi dell’ingresso (62 dollari per il biglietto senza avere nessun servizio: né dei pannelli di spiegazione né delle reti di protezione lì dove intere pareti dei templi sono crollate).

Magia e squallore dell’Asia

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Angkor Watt è un misto di magia e sorpresa a squallore assoluto. È la settima meraviglia del mondo: i templi che potete vedere in ogni foto, la terra rossa, le migliaia di pannelli di bassorilievi che raffigurano scene dei testi sacri Mahabarata e Ramayana, le ballerine celesti incise nella pietra e quei visi enormi dai quali sbucano le radici dei fichi.

Di contro, sotto il sole cocente di febbraio, con un foulard sulla testa per proteggerci dai raggi, ci siamo addentrate ancor più nella tragedia cambogiana: all’ingresso di ogni tempio orchestrine di musicanti senza arti o con altre mutilazioni a causa delle mine e della guerra suonavano incessantemente; i templi secondari sono lasciati all’incuria da parte dell’amministrazione; grassi cinesi della nuova generazione arricchita – i nuovi coloni dell’Indocina – dormivano e banchettavano sulle rovine senza rispetto alcuno, lasciando plastica ovunque.

La solita storia dell’Asia, che rincorre il guadagno senza offrire un servizio, stuprata da chi può conquistarla: ora lo fanno gli asiatici stessi, i cinesi, la nuova potenza economica che si prende il mondo quando lo vuole. Una storia vista troppe volte nel Sud Est Asiatico. Non pensiamoci più, godiamoci il giro tra i templi, in questo complesso religioso che è il più grande del mondo e simboleggia la forza di un impero che si stendeva dal Vietnam alla Birmania.

Cosa visitare e come

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Angkor Wat da lontano

Considerando che i templi sono centinaia, la scelta migliore è quella di affidarsi a un guidatore di tuk tuk in modo da fare un giro ben ordinato. Il primo giorno abbiamo visitato i templi più belli, il secondo quelli del circuito secondario e il terzo i più antichi nella “città vecchia” di Angkor Thom.

  • Angkor Watt, il più grande, famoso e tenuto meglio. Da lontano si vedono le silhoutte delle sue cinque torri decorate, che a me ricordano molto degli strani fiori tropicali. Si riflettono nel fossato che circonda l’edificio attorniato da palme e fiori di loto. All’interno si sale sempre più in alto in modo circolare, sfilando accanto a migliaia di pannelli che narrano le avventure degli dei nelle scritture sacre. I templi più famosi sono i seguenti (ce ne sono migliaia di altri, eh!)
  • Bayon, il tempio con i grandi faccioni incisi.
  • Ta phrom, perso nella foresta e famoso per le scene di Tomb Raider con Angelina Jolie,
  • Baphoum, con il suo buddha disteso,
  • La terrazza degli elefanti,
  • Preah Khan, un intrico di vicoli, mura traballanti e fichi strangolatori,
  • Preah Neak Pean, costruito su un’isola artificiale al centro di un laghetto,
  • Preah Ko, con le sue torri costruite in mattoni rossi,
  • Bakong, si raggiunge salendo lisce scale di pietra.
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Bakong

Finiti i tre giorni di Angkor Watt, dopo un’ultima Angkor Beer bevuta insieme nel giardino del Banana Hotel, la mia amica è ripartita per la Cina e io ho proseguito il mio viaggio in solitaria. Prima tappa Battambang, per poi continuare poi per la Thailandia.

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Bakong

Verso la Thailandia: tappa a Battambang

L’autobus che mi ha portata a Battambang, la seconda città della Cambogia, era un normale bus di linea con stranieri e cambogiani. Dopo 4 ore di video musicali thailandesi dove lui è tradito da lei o lei è tradita da lui, arrivata a destinazione sono stata assalita dai guidatori di tuk tuk che si accalcavano all’uscita del bus. Ho scelto un autista giovane e carino – l’unico asiatico carino visto in mesi – e che parlava inglese. Mi ha accompagnata in uno squallido hotel in quella squallida città dove ho preso una tripla (l’unica disponibile) per cinque dollari. A Battambang non ci sono turisti e tra i pochi stranieri ci sono gli italiani dell’ospedale Emergency. Si paga in riel e i prezzi sono assurdamente bassi: pranzo per due dollari in un localino all’aperto con sedie di plastica in mezzo a bambini che giocavano con me articolando gli alieni suoi della lingua cambogiana. La proprietaria continuava a chiamarmi “madame” mettendomi in imbarazzo, forse un lascito del colonialismo francese. Giovane e con quello zainetto verde fosforescente sulle spalle non mi sentivo certo una madame.

Il locale era dietro al mercato della città. Sulle bancarelle erano esposti cibo, vestiti, scarpe, bibite, piatti pronti, cestini di plastica e ogni tanto compariva uno stand che vendeva cavallette all’olio, tarantole o bachi da seta saltati. Non li ho assaggiati, se ve lo state chiedendo, ma erano molto apprezzati da locali.

Phnom Sampov Killing Caves: le grotte della morte

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Vista dalla collina di Phnom Sampov

Nel pomeriggio io e Tika, l’autista di tuk tuk, dopo essere scampati per pochi centimetri a uno scontro frontale con un macchina nella quale l’autista si era addormentato, abbiamo raggiunto un posto terribile e affascinante: Phnom Sampov. La collinetta dalla polverosa terra rossa e le palme si ergeva al centro di campi e bananeti, nella foschia in lontananza si intravvedeva la città. Il caldo è umido era asfissiante e il sole picchiava sulla testa, ma io amo questo calore tropicale e mi sono avviata a piedi verso il monastero, ignorando le richieste di passaggio in scooter per un dollaro.

Lungo il cammino ci si ritrova davanti l’omonimo monastero buddhista, circondato da statue dei 12 segni dello zodiaco cinese. Il complesso in sé non è nulla di che, ma la meraviglia erano le decine di macachi che scorrazzavano qui e lì intorno al tempio. Le scimmie erano anche in cima alla collina. Tra banchetti ambulanti di cibo e gelato, saltavano sui tavoli dove chiacchieravano sorridenti monaci avvolti in tonache arancioni.

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In armonia

Scendendo mi sono invece fermata alle Killing Caves e avrei preferito non farlo. All’ingresso della prima grotta ci sono oscene statue di plastica che raffigurano i Khmer Rossi intenti a massacrare le loro vittime, donne, uomini e bambini ai quali tagliano la gola, che torturano e tanto altro. La vernice rossa è coagulata in rivoli sulle vesti polverose. Se avessero raffigurato altro, uno non avrebbe potuto che ridere per la pochezza artistica delle immagini, ma quei colori sgargianti nel mezzo del pulviscolo tropicale rendono l’atmosfera da cimitero ancora più inquietante. Sensazione che, per me, si è intensificata quando ho sceso delle scalette e mi sono addentrata nella grotta, ora un misto tra un ossario e un tempio. Le orbite vuote dei teschi delle vittime degli Khmer Rossi mi guardavano sghignazzando e aspettandosi una preghiera. Più in là si apre la buca naturale dalla quale i soldati-assassini buttavano giù sugli spuntoni di roccia chiunque non la pensasse come loro, chiunque avesse avuto un’educazione, sapesse leggere, non fosse un contadino, fosse un monaco e tanto altro. Tre milioni di persone sono morte durante il genocidio cambogiano, quando le ballerine venivano fatte a pezzi, gli intellettuali sgozzati con le palme e i bambini usati come palloni.

I dintorni di Battambang: il treno di bambù e un esempio di casa tipico

Sono quasi scappata da lì e, persa in uno stato d’animo cupo, ho rifiutato il giro sul trenino di bambù: le uniche rotaie della Cambogia attraversano i villaggi fuori Battambang trasportando cibo e turisti.

Ma ho accettato la visita guidata alla casa-museo di Mrs. Bun Roeung, nel villaggio di Vat Kor. Interamente di legno e circondata da un giardino di orchidee, questo bell’esempio di architettura cambogiana risale a cento anni fa. È costruita su una palafitta a qualche metro da terra per evitare inondazioni durante la stagione delle piogge o per dormirci sotto quando fa troppo caldo: me l’ha raccontato la proprietaria stessa, che lì sulla veranda aspetta i visitatori per fargli da guida.

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Modellino della casa di Mrs. Bun Roeung

Un giro per le stanze con ancora gli effetti personali dei proprietari, suoi predecessori. Quando i Khmer Rossi sono arrivati, mi ha detto, loro stavano mangiando, il cibo era sul fuoco nella cucina esterna, da un lato della veranda e sempre all’aperto. Non esiste l’inverno in Cambogia.

Ritornata in hotel, sono andata a riposare, grata che quell’esperienza cambogiana stesse finendo: il giorno dopo avrei proseguito per Bangkok. La Cambogia, con la sua dolorosissima storia e ora stuprata dagli appalti e dal turismo cinese, era un gioco con la morte a ogni passo. Quanti incidenti avevo evitato per un soffio in quei dieci giorni? Avevo smesso di contarli. Nonostante ciò, avrei raggiunto Bangkok in autobus seduta accanto a una signora che sgranocchiava grilli fritti come fossero patatine, avendo ben cura di staccargli le zampette.

Nella cittadina di Poi Pet, dove i Khmer Rossi anni prima hanno puntato una pistola al viso di Tiziano Terzani, le ho detto addio. A piedi ho attraversato la frontiera di Aranyaprathet per fare un salto nel tempo. Dalla povertà da confine, dal lerciume cambogiano, dagli stupri architettonici cinesi, dai bambini scalzi e sporchi, dagli uomini che agitano i moncherini e chiedono un riel o, meglio ancora, un dollaro a quel gruppo di bianchi che attraversa la dogana in fila, sono stata catapultata nel mondo apparentemente scintillante dei grattacieli e delle strade a 4 corsie di Bangkok con il faccione del re Bhumibol Adulyadej o Rama IX mancato da quattro mesi in gigantografia su tutti gli edifici. 

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Ballerine celesti in bassorilievo ad Angok Wat

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