Viaggio sola a Phnom Penh - parte tre
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Viaggio sola a Phnom Penh – parte tre

di Alessia Culpo instgram @alessia.clp

Per leggera la seconda parte del mio viaggio in solitaria a Phnom Penh clicca qui.

Quarto giorno. Il tempio di Wat Phnom sarebbe superbo, se non avessi scelto proprio la mattina d’inizio del Capodanno Cinese per visitarlo! Non faccio in tempo a mettere piede sulla scalinata che sale il colle, che mi ritrovo in una fiumana di persone, molte con in mano dei cestini strapieni di cartellini rossi.

Viaggio sola a Phnom Penh – Il tempio Wat Phnom, il Palazzo reale e la campagna intorno alla capitale

Viaggio sola a Phnom Penh - parte tre
A Wat Phnom

Il profilo del tempio è appena percettibile nella nuvola di incensi. Di fronte alle tre porte d’entrata si intravede uno sciame scombinato e strepitante di fedeli che immergono le braccia in recipienti colmi d’acqua e petali, per poi bagnarsi il capo e il viso, schizzando il pavimento già ricoperto da incensi rotti, carta rossa e fiori smembrati. Altri fedeli accendono candele, alcuni sistemano con cura le vesti delle statue; di fianco a me una donna mette il rossetto ad un piccolo Buddha dorato. Intanto uova sode vengono distribuite tra i più affamati.

Dal tempio centrale proviene una musica di strumenti a fiato, udibile anche tra le urla delle famiglie che si cercano nella calca. Quando un alito di vento spazza via per un attimo il fumo degli incensi, davanti a me prendono forma delle gabbie piene di minuscoli uccellini. “One dollar, one bird” recita annoiata una donna. A quanto pare i fedeli li comprano al solo scopo di lasciarli andare. Per un lungo momento medito di darle 50 dollari e liberarli tutti! Invece con un ultimo sguardo li abbandono al loro destino e mi dirigo verso il solenne silenzio del lussuoso quartiere francese.

Il quartiere coloniale francese

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Il quartiere francese

Qui tra i palazzi raffinati, e vagamente intimidatori, riconosco l’Hotel Raffles Le Royal, che ha ospitato personaggi famosi come Charlie Chaplin e Jacqueline Kennedy. Nel cortile dell’hotel più In della capitale, un gruppo di ragazzini cambogiani si sta esibendo in danze per celebrare il Capodanno cinese, divertendo così un gruppo di elegantissimi clienti, che assistono allo spettacolo riparati nella frescura del chiosco. Io, al di là delle sbarre del cancello, saltello in punta di piedi per intravedere qualcosa.

Tra il clienti dell’hotel mi colpisce un signore impeccabilmente vestito – e che assomiglia al Principe di Monaco – che osserva l’esibizione con aria cerimoniosa. Probabilmente non capisce nulla di ciò che sta guardando, ma mantiene il suo pomposo sorriso, divertito dal folklore di questa lontana terra esotica. I ragazzini devono solo intrattenerlo in quella calda ora pomeridiana, per poi sparire nella casa traballante da dove sono venuti.

Aggrappata alla ringhiera, io brucio d’indignazione verso quell’uomo che per qualche motivo si merita di dormire nel soffici letti dell’hotel più lussuoso della capitale e di sorseggiare le bevande pregiate dell’Elephant Bar, la famosa sala da tè dell’hotel, impreziosita da una delicata carta da parati. Pensieri amari camminano con me in direzione del Palazzo Reale e mi fanno compagnia per l’intera visita.

Il palazzo reale e il pezzo di giada più grande del mondo

Il Palazzo reale ricorda la Città Proibita di Pechino, non tanto nella fisionomia degli edifici ma nella loro distribuzione: varie costruzioni grandi e piccole, molte delle quali inaccessibili al loro interno, disseminate in un ampio spazio aperto, ricoperto per lo più da aiuole. Le tegole gialle e blu dei tetti ricordano le squame della lucida pelle del drago.

La Pagoda del tesoro reale custodisce un guazzabuglio polveroso di statuette dorate e argentate, conservate in teche disposte attorno a un solenne Buddha di giada, “il pezzo di giada più grande del mondo”. Molto gradevole è concludere la visita passeggiando all’ombra dei portici che scorrono attorno alla Pagoda d’Argento e ammirare i colorati “murali raffiguranti scene dell’epica indù Ramayana”.

Nella campagna di Kompong Luong

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La strada per il Kompong Luong

Ultimo giorno nella capitale. Decido di avventurarmi nella campagna, e non ho dubbi sulla scelta del mezzo. Ma oggi le strade su cui sfreccia il tuk-tuk sono scie di arena rossa per cui, nel polverone sollevato dalle sei ruote, è una lotta continua tra l’istinto di chiudere gli occhi e la voglia di vedere tutto. L’autista non sembra felice di dover scarrozzare la turista per quelle vie poco praticabili; di quando in quando mugugna e si gira a studiarmi con i suoi sporgenti occhi da bue.

C’è da dire che io intanto, per non respirare sabbia, ho arrotolato una sciarpa attorno alla testa e sembro un terrorista. Quando arriviamo al paesino di Kompong Luong, meta suggerita dalla mia guida, l’autista arresta lentamente il mezzo e si mette immobile a fissarmi: è arrivato il mio momento di dare un senso a tutte queste sue pene. Difficile però stabilire cosa fare in una baraccopoli: è appassionante toccare da vicino una diversa realtà, ma sono a disagio a fotografare le persone mentre vivono la loro vita, solo perché io la trovo curiosa o folkloristica.

A quello che sembra l’unico negozio del villaggio, compro una graziosa collanina, in parte per incentivare l’artigianato locale dedito principalmente alla lavorazione dell’argento, in parte per dare un senso alla mia presenza lì.

L’antica capitale: Phnom Oudong e l’incantevole tempio Phnom Reap

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Tempio a Phom reap

Riprendiamo la strada verso nord in direzione dell’antica capitale, Phnom Oudong. Ai lati scorrono veloci le case-palafitte, abitazioni caratteristiche di una terra che durante la stagione delle piogge si trasforma. I pilastri sembrano fatti per lo più di cemento, mentre gli edifici soprastanti sono costruiti in legno o mattoni. Non appartengono a persone ricche, eppure sono abbastanza dignitosi.

Una giovane ragazzina, che sta lavorando in un campo sotto il sole cocente, alza la testa spettinata e mi saluta raggiante. Sia bambini che adulti infatti ci rivolgono sorridenti cenni di saluto; solo le signore anziane, avvolte nella tradizionale krama, seguono il nostro passaggio con uno sguardo diffidente. Schivando mucche e cumuli di plastica, giungiamo all’antica capitale.

Gli edifici d’interesse si raggiungono arrampicandosi per una serie infinita di scale, dove bambini sgangherati saltellano tutt’intorno chiedendo l’elemosina mentre ragazzine vendono bizzarri mazzetti di fiori. La moderna stupa principale non è di mio particolare gusto, ma dalla sua terrazza si apre una spettacolare vista della campagna cambogiana: in questo periodo invernale il sole brucia la terra e riflette i suoi raggi sulle disordinate pozze d’acqua. Gli alberi, ormai logorati dalla lunga siccità, invocano al cielo l’inizio delle piogge.

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Phnom Reap

Ma è nella vicina Phnom Reap che rimango davvero incantata: con la bocca aperta per lo stupore passeggio tra le colonne dei portici di un imponente tempio di un caldo colore rosso-mattone. Le decorazioni alle pareti in perfetto stile angkoriano possono essere molto affascinanti per gli occhi di un occidentale che non ha mai visto nulla del genere.

Di fronte al tempio scorgo le immancabili gabbie con uccellini: sembrano soffrire sotto un sole cocente perciò mi avvicino e cerco di abbeverarli con la mia bottiglietta d’acqua. Due guardie si avvicinano sospettose; chiedo loro se non è il caso di spostarli all’ombra, ma mi rispondono che il caldo gli fa bene. Sconfitta prendo la via verso casa.

Domani arriva la mia amica Alessandra e insieme prenderemo la strada verso sud.  Durante il tragitto saluto con lo sguardo ciò che mi circonda e rifletto sul valore di viaggiare anche da soli. Si è pienamente calati nella situazione in cui si vive.  La realtà circostante non è più un contorno, ma è la protagonista. I silenzi sono opportunità per lo sguardo, l’ascolto e il respiro. Le persone sconosciute si approcciano più volentieri; non sono più comparse sullo sfondo, ma i personaggi essenziali della scena. Non più esseri insignificanti di circostanza, ma dei veri e propri compagni di viaggio.

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Tuk Tuk – il mezzo più bello del mondo

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