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Viaggio in Shangdong: Taoshan e Qufu

L’Oriente è rosso: il sacro Monte Tai e passeggiata nel paese Natale di Confucio

Taishan 泰山

La più venerata tra le cinque montagne sacre del Taoismo, sulla vetta della quale Confucio pronunciò la famosa frase «Il mondo è piccolo» e il presidente Mao «L’Oriente è rosso.»

Io ho pensato «Respira!» e finalmente ne avevo l’occasione, avrei potuto ripulire i polmoni dallo smog di Pechino che in quei giorni stava raggiungendo livelli altissimi, tanto che la visibilità era ridotta a pochi metri e io faticavo a respirare anche in camera. (Si dice che in questi casi, lo smog abbia lo stesso effetto di 70 sigarette al giorno. Bene.)

Viaggio in Shangdong: Taishan e Qufu

Una delle cinque montagne sacre del Taoismo

Il monte Tai è al centro dello Shandong 山东 (a Est dei Monti). Di questa provincia è il Premio Nobel Mo Yan 莫言, che tra le varie cose ha scritto il famoso Sorgo Rosso. Tutti i suoi romanzi trattano della miseria di questa povera regione dove si coltivano sorgo e grano e delle sue innumerevoli occupazioni, da quella giapponese a quella tedesca. La famosa birra che vendono in tutti i ristoranti cinesi, la Tsingdao, viene dall’omonima città, un tempo concessione tedesca. Tuttora ogni anno vi si tiene un festival della birra. La trascrizione odierna è Qingdao 青岛, l’isola giovane. È proprio nello Shandong che sono nate le più grandi personalità e le più importanti filosofie cinesi, tra cui il Confucianesimo e il Taoismo.

Taishan si raggiunge in macchina o con i trasporti pubblici dalla città che si stende ai suoi piedi, Tai’an 泰安, nella cui stazione arrivano i treni ad alta velocità e non. Da Pechino ci vogliono solo un paio d’ore.

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Scalare il Monte Tai

Migliaia e migliaia di gradini

La cima è a 1545 metri sul livello del mare, come annunciano le festose insegne quando vi si approda dopo cinque ore di scale. Eh già, in Cina la parola «trekking» ha un significato tutto suo e su ogni montagna, al posto dei classici sentieri, ci sono gradini, e gradini, e gradini. 6660 a Taishan, dice la guida. La scalata, però, vale la candela. L’impressione che si ha su Taishan è quella di essere in un dipinto cinese di epoca Song, di quelli con le rocce, le montagne, le nuvole, i ramoscelli e i passerotti spennellati con delicatezza e grazia infinite. Inoltre, si dice che chi scala questo monte vivrà fino ai 100 anni. Per assicurarmi una vita lunga mi sono lasciata offrire da un monaco della frutta benedetta nel tempio di Puzhao, un piccolo santuario taoista pieno di bandiere dei cinque colori degli elementi con impresse il simbolo dello Yin e dello Yang, il simbolo del Tao (o Dao ), il simbolo della Via.

Su taishan

 

Scalando il monte Tai

 

Dalla cima del Monte Tai

I gradini del monte Tai sono circondati da alberi e orticelli curati dai monaci, o da pareti scoscese con incisi in rosso caratteri cinesi propiziatori. La camminata non è di certo solitaria né tranquilla, perché ai 100 anni vogliono arrivarci tutti: si è sempre in compagnia di turisti di tutte le età con le borse della spesa piene per fare un pic-nic e di simpatiche cinesi con la strana ambizione di andare in montagna con i tacchi. E poi di bagni pubblici, zeppi, sporchi, senza acqua nello scarico. Non entrateci!

Finalmente in cima

Nonostante l’affollamento, giunti in cima, dopo aver visitato il tempio di Puzhao, ci si può riposare e godere dell’opera di Pangu, il demiurgo secondo la cultura Han, il quale, in 18.000 anni di sforzi e sofferenze, trasformò il Chaos in Cosmo, districando il groviglio che Cielo e Terra formavano avvinghiati tra loro. Lì, l’azzurro sterminato si dispiega sulla terra immersa nella romantica bruma autunnale per donarci il premio meritato dopo la fatica.

Il momento migliore per vedere Taishan è l’alba: si parte di notte e si arriva in cima proprio quando il sole si erge da est e illumina il paesaggio puramente montano, senza squallide città in vista, perdendosi tra quelle alture così diverse dalle nostre e così tipicamente cinesi che da sempre ci fanno sognare un mitico, lontano Oriente dorato (o rosso, come direbbe il presidente Gatto).

 

Dalla cima del Monte Tai

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Qufu 曲阜

A 20 minuti di treno da Tai’an, città ai piedi di Taishan, c’è Qufu 曲阜, la città della musica che diede i natali al venerato Confucio.

Sopravvivere alla Cina, si può?

Il giorno dopo i 6660 scalini di Taishan era come se non avessi più i polpacci dal dolore e, come se non bastasse, sono stati urtati dal carretto di uno scooter poco interessato a strisce e semafori rossi. Con tutte queste botte forse non arriverò ai 100 anni se continuo a stare in Cina. Vi ho raccontato dell’incidente con la vacca e della guida spericolata in Tibet? O della storta a quota 3000 curata con un sacchetto di plastica e dell’acqua? 

Dove nacque Confucio

Lividi e dolore a parte, Qufu (la collina inclinata) è un’oasi di pace in questa frenetica nazione. È una città piccolissima con praticamente tre poli Patrimonio Unesco all’interno delle antiche mura rosse, visitabili con un biglietto cumulabile: il tempio di Confucio (adibito a museo, dove si narrano tutte le gesta del filosofo, che si era ripromesso di portare la cultura in ogni angolo dello Stato di Lu nel sesto secolo avanti Cristo e creando i fondamenti dell’antichissima civiltà cinese, con i suoi saldi e virtuosi valori); la casa della famiglia Kong – Family Kong Mansion – (circa 30.000 posteri sono tutt’ora in vita) e il cimitero della discendenza.

Kong family mansion
Nella casa di Confucio

Nel 1966, in piena Rivoluzione Culturale, gli studenti distrussero più di 6000 tra siti e manufatti a Qufu, il fulcro di tutto ciò che il nuovo regime odiava. Il suo obiettivo era di eliminare i “Quattro vecchi” (vecchi pensieri, vecchia cultura, vecchie consuetudini, vecchie abitudini), di dimenticare quattromila anni di storia, di valori che avevano reso immensa e potentissima una nazione, di cancellare bellissimi e complicatissimi riti accompagnati dalla musica – che è sempre stata considerata un elemento importante nel Confucianesimo e ogni suo tempio mostra guzheng, campane e altri strumenti – e di dipingere l’Oriente di rosso.

Oggi, dopo cinquant’anni, tra neon accecanti e milioni di pixel, quell’algido vermiglio si è sbiadito e noi lo abbiamo ricordato passeggiando nel parco/cimitero della famiglia Kong, poco distante dal polo casa-tempio e raggiungibile in minuscoli tuc-tuc, immerso ora nella tranquillità di altre tonalità, di dolci pastelli gialli e arancio autunnali che proteggono in un silenzio novembrino, da 2500 anni, i discendenti dell’uomo che più amò la Cina: Confucio.

Il parco-cimitero della famiglia di Confucio

Novembre 2016

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