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Il piacere di viaggiare via terra nel 2020

Da quando l’orribile aereo sul quale viaggiavo da Tokyo a Hong Kong ha dato a tutti i passeggeri l’impressione di non centrare la pista d’atterraggio, la mia avversione per i mezzi volanti è aumentata. Ora viaggiare via terra è il mio modo preferito.

Il piacere di viaggiare via terra

L’aeroporto di Hong Kong è uno dei più pericolosi al mondo, costruito su un isolotto artificiale di cemento: basta un minimo errore e le ruote finiscono in acqua. Scesa da quell’aereo che aveva scricchiolato per circa 5 ore e che era volato troppo basso attraversando tutte le turbolenze sul Mar Giallo, sono rimasta seduta un’ora in una caffetteria per riprendermi.Ora mi muovo solo su quattro ruote o ferrovie, anche se da casa mia a Kiev a San Barnaba a Venezia ci sono 1856 chilometri di distanza.

D’altronde, viaggiare via terra ha sempre un tocco di romanticismo. Sarà anche molto più lento – in fondo dove dovrei correre? – ma si assapora il cambiamento dei luoghi, si sente il viaggio, si pregusta la destinazione cogliendo tutte le sfumature della strada.

Lo scorso sei luglio, per esempio, sono partita da Kiev per tornare dopo mesi in Italia. Ho lasciato una capitale trafficata per costeggiare in autobus i campi dorati sotto al cielo azzurro, ho bevuto una birra tra gli edifici Mitteleuropei di Leopoli e ho dormito lì, godendomi un momento di solitudine prima dell’Italia.

La strada giusta: vivere a modo mio

La strada giusta: vivere a modo mio


La mattina dopo sveglia all’alba per montare in macchina. Ho attraversato i monti Carpazi con il cielo grigio, l’asfalto pieno di buche, i banchetti di spiedini al lato delle vie. Mi sono fermata a Uzhhorod a fare il pieno di gas con i distributori dell’era sovietica e ho sentito tutta la tensione del confine.

Viaggiare via terra e assaporare il cambio di luogo

Mi piacciono le zone di confine, quando gli idiomi si mescolano nel via vai indaffarato di gente che vende, che cerca, che compra. C’è sempre chi ti guarda e chi prova a fregarti un po’, puoi pagare in più valute, scegliere una lingua o l’altra. Un’elettricità silenziosa attraversa le strade, chissà quali commerci illegali si fanno lì, chissà se i doganieri, dopo aver frugato con le loro dita tra le mie cose, mi lasceranno passare. E queste sigarette? “Massimo due pacchi a persona ma io ne ho comprati 4, se non ti dispiace due li mettiamo nella tua borsetta”, mi dice l’autista. Va bene.

Nessuno controlla per davvero, ma ti lasciano aspettare 4 ore mentre ti guardano arcigni. Non c’è un bar né un bagno, solo visi nervosi e due uomini con termometri a pistola che ti vengono puntati contro. Non hai la febbre, i tuoi documenti sono a posto e i pacchi di sigarette rientrano nel limite consentito. Possiamo passare.

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Pioggia e freddo a Uzhhorod, al confine con l’Ungheria

Ucraina, Ungheria, Slovenia…

Ci lasciamo i Carpazi alle spalle e di fronte a noi si stende la sconfinata puszta ungherese, una tavola piatta che ci accoglie mostrandoci una cicogna al lato della strada. Il verde montano sfuma in fretta in campi di girasoli, e ancora girasoli, e altri ancora per chilometri. È luglio, sono tutti al loro massimo splendore, rivolti al sole che si era nascosto nella bruma montana ed è rispuntato qui.

Ci fermiamo finalmente a bere un caffè e non so più che lingua usare. Russo, ucraino, ungherese, tutto si mescola nella mia testa. “One coffee please, spassiba. No, köszönöm”. “Sono tre euro.” “Alla faccia”. Risparmierei a pagare in fiorini, ma chissà dov’è l’ufficio cambio. Noi andiamo di fretta, dobbiamo caricare altri passeggeri in quella stupenda capitale che è Budapest e ne approfittiamo per fare un giro. Non vediamo molto, potremmo fermarci ma Venezia ci chiama, allora ci accontentiamo di gustarci i palazzi dalla nostra comoda posizione su quattro ruote, prima di tornare nella natura e di costeggiare il lago Balaton da est a ovest.

La terra è verde, rigogliosa, piatta e da lontano appare la mezzaluna del lago. Ci fermiamo a prendere aria tra i campi e il sole che non è mai troppo caldo come da noi. In macchina siamo due italiani, un ucraino mezzo russo, uno sloveno.

Ci siamo quasi

Con loro supero un altro confine che si scorge solo grazie ai cartelli. Basta superarli e cambia anche lo scenario fuori dai finestrini. La terra ora diventa dolce, la flora verde intenso, gli alberi si chiudono sulle nostre teste mentre curviamo tra le dolci colline, che più in là diventeranno Alpi. Ci godiamo il verde della Slovenia, che è sempre fresco e intenso ogni volta che la attraverso.

E poi finalmente lo vediamo, quel cartello che dice ITALIA, i segnali stradali in italiano e le marche italiane dei capannoni sostituiscono le colline slovene. Oramai è buio e dell’Italia fuori del finestrino vedo poco, fino a che non mi accoglie quell’odore di laguna quando la macchina giunge al capolinea. Scendendo dall’aereo si sentirebbe l’odore del gasolio, qua quello di Venezia, di casa.


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