strada-inizio-fine
come diventare scrittore,  Laboratorio di scrittura,  letteratura,  libri,  Racconti,  realismo magico,  Romanzi,  Scrittura

Scrivere l’incipit di un romanzo: una promessa di piacere

Saper scrivere un buon incipit è una forma di maestria. Momento più delicato dell’intera stesura del romanzo, è suo il compito di far appassionare il lettore fin da subito. Oggi vi spiegherò le tecniche più gettonate e vi illustrerò il modo in cui alcuni grandi autori hanno convinto i lettori a leggere i loro romanzi.

Come scrivere un incipit: dire tutto e non dire nulla

La scorsa volta abbiamo visto come stimolare la nostra arma più: l’immaginazione. Avete fatto le tre liste di idee? Se non vi ricordate come si fa, potete rileggerlo qui. Se invece siete pronti è il momento di passare alla stesura dell’incipit.

Una volta scelta un’idea tra le dieci voci della lista, non vi resta che sviluppare la storia. Le prime frasi sono uno dei punti più delicati e importanti della scrittura: sono ciò che attira il lettore. Deve essere in un equilibrio tra l’accennare qualcosa e il non svelare nulla.

Se non volete che il vostro testo venga riposto subito sullo scaffale, dovete essere consapevoli che l’incipit è una promessa di piacere. 

In breve: dite tutto e non dite niente.

Ispiratevi ai maestri

Prima di passare alla stesura, vi consiglio di leggere la prima pagina dei romanzi e/o racconti che vi hanno coinvolto di più. Sapete bene che consiglio sempre di studiare in modo artigianale i testi di chi è migliore di noi e di chi stimiamo. 

Per questo testo ho preso ispirazione da alcuni incipit che mi hanno colpita in modo particolare:

  • Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino
  • Il lupo della steppa di Hermann Hesse
  • Cento anni di solitudine di Gabriel Garcìa Marquez
  • Odissea di Omero
  • Un esempio personale da L’amuleto di giada

Esistono diversi tipi di incipit e nessuno è migliore dell’altro: dovete solo sperimentare e trovare quello più adatto alla vostra storia. Oltre allo stile, al lessico e “all’esca” che farà venire l’acquolina in bocca al lettore, potreste giocare con il tempo usando diversi tipi di “intreccio”.

Fabula, intreccio e gli incipit più comuni

Nel gergo della scrittura, se la fabula è la storia in ordine cronologico, l’intreccio è l’organizzazione dei fatti secondo la scelta personale dell’autore. Fabula e intreccio possono coincidere se il secondo si svolge in ordine cronologico, o possono differire quando si usano varie tecniche: le più comuni sono:

  • Incipit cronologico
  • Flashforward
  • Flashback
  • In medias res

L’incipit cronologico è il raccontare una storia dal principio e continuare seguendo una logica temporale. Si può cominciare persino dalla nascita del protagonista, se questi ha avuto un’infanzia particolare, o si narra dalla mattina di quel giorno speciale in cui tutto cambiò.

donna-legge-libro
Un incipit avvincente invoglia il lettore: dite tutto e non dite nulla

Incipit cronologico: Il Castello dei destini incrociati

Un esempio di questo tipo che mi è piaciuto molto è l’incipit della raccolta di racconti “Il Castello dei destini incrociati” di Italo Calvino. Come vedrete di seguito, il viandante si avvicina a questo luogo e lo descrive nei minimi dettagli. Esponendoci le sue varie congetture, ci coinvolge pian piano nella storia senza che ce ne rendiamo conto. L’autore getta l’amo ed ecco l’esca, nascosta tra le sue parole: allora, questo posto è un castello degradato o è una taverna innalzata dai suoi illustri viaggiatori? Perché è così speciale? Cosa succede di insolito? Ma, soprattutto, perché nessuno sembra riuscire a parlare?

La maestria di Calvino

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.

Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena: da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un rodine né ai movimenti né ai pensieri.

Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone – certamente anch’essi ospiti di passaggio, che m’avevano preceduto per le vie della foresta – sedevano a cena attorno a un desco illuminato da candelieri.

Provai, al guardarmi intorno, una sensazione strana, o meglio: erano due sensazioni distinte, che si confondevano nella mia mente un po’ fluttuante per la stanchezza e turbata. Mi pareva di trovarmi in una ricca corte, quale non ci si poteva attendere in un castello così rustico e fuori mano; e ciò non solo per gli arredi preziosi e i ceselli del vasellame, ma per la calma e l’agio che regnava tra i commensali, tutti belli di persona e vestiti con agghindata eleganza. E nello stesso tempo avvertivo un senso di casualità e di disordine, se non addirittura di licenza, come se non d’una magione signorile si trattasse, ma d’una locanda di passo, dove persone tra loro sconosciute, di diversa condizione e paese, si trovano a convivere per una notte e nella cui promiscuità forzata ognuno sente allentarsi le regole a cui s’attiene nel proprio ambiente, e – come si rassegna a modi di vita meno confortevoli – così pure indulge a costumanze più libere e diverse. Di fatto, le due impressioni contrastanti potevano ben riferirsi a un unico oggetto: sia che il castello, da molti anni visitato solo come luogo di tappa, si fosse a poco a poco degradato a locanda, e i castellani si fossero visti regalare al rango d’oste e di ostessa, pur sempre reiterando i gesti della loro ospitalità gentilizia; sia che una taverna, come spesso se ne vedono nei pressi dei castelli per dar da bere a soldati e cavallanti, avesse invaso – essendo il castello da tempo abbandonato – le antiche sale signorili per installarvi le sue panche e i suoi barili, e il fasto di quegli ambienti – e insieme il va e vieni d’illustri avventori – le avesse conferito un’imprevista dignità, tale da riempire di grilli la testa dell’oste e dell’ostessa, che avevano finito per credersi i sovrani d’una corte sfarzosa.

Calvino ci porta con sé in un posto bellissimo e misterioso, una sorta di castello medievale nel quale è nascosto qualcosa. Il mistero smuove le nostre sensazioni e a questo punto chiudere il libro è impossibile. Calvino, scrittore immenso, sa sempre come parlare al lettore.

Flashforward ne Il lupo della steppa

studio-hesse-montagnola
Lo studio di Hermann Hesse nella sua casa di Montagnola

Il secondo tipo di incipit che vi ho menzionato è il flashforward: cioè un balzo in avanti. Con esso partiamo da un evento posteriore alla storia e vi ci agganciamo per far svolgere gli eventi, quasi come se fossimo al tavolo con l’autore una volta che tutto sia finito ed egli si accinga a narrarci i fatti con il senno di poi. Un esempio di questo incipit è quello del “Lupo della steppa”, romanzo apocrifo. La voce narrante ci introduce il personaggio di Harry Haller quando è già sparito lasciandogli il manoscritto della sua vita. Questo incipit è doppiamente particolare perché intreccia flashback e flashforward, ovvero il narrante ricorda le sue prime impressioni su Harry Haller non dimenticando di omettere i fatti successivi al tutto.

Come stuzzicare il senso del mistero con Hesse

Questo libro contiene le memorie lasciate da quell’uomo che, con una espressione usata sovente da lui stesso, chiamavamo il lupo della steppa. Non stiamo a discutere se il suo manoscritto abbia bisogno di una prefazione introduttiva; io, in ogni caso, sento il bisogno di aggiungere ai fogli del Lupo della steppa alcune pagine dove tenterò di segnare i ricordi che ho di lui. È poca cosa quello che so, e specialmente il suo passato e la sua origine mi sono ignori. Tuttavia ho avuto della sua persona un’impressione forte e, devo dire, nonostante tutto  simpatica.

Il lupo della steppa era un uomo di circa cinquant’anni che un giorno, alcuni anni orsono, si presentò in casa di mia zia a chiedere una camera ammobiliata.

E ora, come posare il libro? Perché l’autore non ci dice chi è quest’uomo ma menziona solo il soprannome? Cosa significa lupo della steppa? Da dove viene quel cinquantenne comparso all’improvviso a casa di persone per bene? Nel passo l’esca di Hesse si nasconde nel mistero del manoscritto di un personaggio tanto particolare. Un uomo paragonato a un lupo deve essere per forza inusuale, ma fino a che punto e perché? Mentre ci facciamo tutte queste domande continuiamo a seguire l’autore nella storia.

Flashback ne L’amuleto di giada

Il flashback è invece un salto all’indietro: si inizia cioè la storia con un ricordo passato. Prendiamo l’incipit de “L’amuleto di giada”: Athena è seduta con un uomo che la interroga sul suo amuleto e gli racconta di come lo aveva trovato anni prima. Partiamo dal passato per comprendere come sia l’amuleto che lo sconosciuto saranno elementi cruciali per Athena. Entrambi saranno la svolta nella vita tranquilla della studentessa e ci viene voglia di sapere come continuerà, come è cambiata la sua esistenza dopo quell’avvenimento passato.

Un esempio personale

Successe a Nabeul, in Tunisia, qualche anno fa. Mi trovavo in un tipico suk, colorato e rumoroso, tra centinaia di bancarelle colme di verdura, abiti, oggetti di bigiotteria, spezie e foglie di tè. Io ero attratta da quelle più nascoste, quelle che esponevano chincaglierie antiche e amuleti. Su una di esse, tra oggettini e arnesi che sembravano la- sciati lì da uno stregone, vidi questo amuleto illuminarsi sotto i raggi del sole» sfiorai con la punta dell’indice il ciondolo sulla mia scollatura e lo lasciai dondolare. Ripresi il mio racconto. 

«Affascinata, mi avvicinai a esso. 

“Ti piace?” mi chiese in francese un anziano arabo dalla pelle scura e rugosa e le sopracciglia folte, le labbra grandi e gli angoli degli occhi rivolti verso il basso. Aveva in testa un turbante che mi ricordava le antiche favole sui maghi e indos- sava un abito di seta blu notte bordato di fili d’oro. 

“È …” non risposi. Mi guardai intorno e Mohammed, il mio accompagnatore, non c’era più. Di colpo ebbi una strana sensazione: mi sentii come estranea al movimento di tutta quella gente, le loro voci sembravano all’improvviso lontane, le figure indistinte. Sapevo che non era così, forse ero solo suggestio- nata da quell’uomo e dalla sua aria al contempo famigliare e misteriosa, eppure non riuscivo a scacciare via quella sensazione. 

Domandai allo stregone, o quello che era, il prezzo dell’amuleto. 

“È un regalo” rispose. “Fanne buon uso, ti tornerà utile in futuro. Ma stai bene attenta, ti porterà lungo sentieri ignoti.” 

“Ma…” tentai di rispondere. Con un cenno mi fece morire le parole in gola e si allontanò. Pochi secondi dopo mi sen- tii tornare in me stessa. Al posto dello stregone c’era ora un giovane commesso che mi guardava come se fossi comparsa all’improvviso. Confusa, abbassai lo sguardo sull’oggetto tra le mie mani e notai quanto belli fossero i raggi del sole catturati dalla pietra verde e quasi trasparente. Lo infilai nella borsa e scacciai via la brutta sensazione che mi stringeva lo stomaco. Ripartii alla ricerca di Mohammed e per tutto il gior- no mi dimenticai dell’amuleto.» 

Tacqui un istante e presi il ciondolo tra le mani, guardando lo con attenzione: altro non era che una pietra, di giada proba- bilmente. Non davo molta importanza al suo valore economico. L’uomo seduto dinanzi a me, invece, allungò la mano, come per toccare il mio amuleto, ma glielo impedii. Bevvi un lungo sorso di tè, trattenendo poi la tazza tra le mani per riscaldare i palmi gelidi. «Continui pure» mi incitò l’uomo. 

Nell’incipit de L’amuleto di giada ho voluto portare l’attenzione proprio sulla stranezza del ciondolo di Athena, facendo capire al lettore che ha in sé qualcosa di magico e sconosciuto, che è ambito da qualcuno e che causerà un sacco di guai alla protagonista, senza però svelare nulla più. Dove quel ciondolo la condurrà lo si scoprirà solo andando avanti nella lettura.

In medias res con Cent’anni di solitudine e l’Odissea

disegno-marquez
L’incipit di Cento anni di solitudine è uno dei più belli nella storia della letteratura

Un romanzo in Medias Res è un romanzo, come dice la parola stessa, che inizia nel mezzo degli avvenimenti. Non sappiamo come siano cominciati né come andranno a finire. Abbiamo una sola un’immagine che ha un passato e un futuro: e allora vogliamo assolutamente conoscerli. Questa è la tecnica usata da Marquez in “Cento anno di solitudine”.

Uno dei migliori incipit del mondo firmato Marquez

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con la barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquíades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l’ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbracata dietro ai ferri magici di Melquíades.

 « Le cose hanno vita propria» proclamava lo zingaro con aspro accento, «si tratta soltanto di risvegliargli l’anima.»

Non sappiamo ancora chi sia Aureliano, ma sappiamo che è davanti a un plotone di sicurezza. Perché, cosa ha commesso? Di che guerra si parla? Poi il lettore viene scaraventato nella magica e bellissima Macondo attraverso gli occhi del condannato che si vede un bambino che tocca il ghiaccio per la prima volta. Macondo, la mitica città fondata da Josè Buendìa e da altre venti famiglie, un posto magico dove ci vanno gli zingari a dare l’anima alle cose. Di questo parlerà il libro, dell’anima solitaria delle cose e delle persone per cento anni. Abbiamo o meno voglia di leggere degli oggetti degli zingari? Io moltissima.

Il primo maestro: Omero

Il più famoso incipit in medias res, studiato da molti durante le ore di letteratura al liceo, è l”’Odissea”. Ci viene presentato Ulisse in nave in mezzo al mare verso Itaca. Sappiamo che ha già passato tantissime avventure ma che non poté salvare i suoi compagni. Perché? Cosa è successo? Come ci è arrivato fin lì? Arriverà a destinazione? L’intreccio ha ora inizio dal passato diretto al futuro e noi siamo lì, nel bel mezzo degli eventi ad aspettare che la musa ci parli.


Parla, Musa, tu dell’eroe scaltro a me: di lui
che andò tanto vagando poi che di Troia la rocca
sacra abbatté; di molti uomini vide le terre e conobbe
la mente; e molto l’animo suo patì sul mare
per tenere se stesso e i compagni vivi al ritorno.
Ma vano fu di salvare i compagni il desiderio
pur grande: ne fece rovina la propria follia;
insensati che i buoi del Sole Iperione mangiarono,
e quello il giorno negò a loro del ritorno.
Tu di queste avventure da un punto qualsiasi movendo,
racconta, o figlia di Zeus, anche a me qualche cosa.

Traduzione di Enzio Cetrangolo, 1990. Cliccando qui troverete varie traduzioni dell’incipit dell’Odissea e il testo originale in greco.

scultura-omero

Ricapitolando

Ogni storia ha un solo modo più adatto per essere narrata: il trucco sta nello scoprirlo. In questo articolo vi ho illustrato le quattro tecniche più comuni. Il mio consiglio, ora, è di scrivere otto incipit, due per ogni tipo. Perché due? Per avere la possibilità di giocare anche con lo stile, con il punto di vista o usando la prima, la seconda o la terza persona. Tutto a vostra scelta.

Se è un nuovo progetto, potete divertirvi a inventare nuove storie e nuovi personaggi, magari prendendo spunto dalle tre liste dell’articolo precedente. Se invece avete già un lavoro in corso provate a cambiare le prime frasi. Con questo esercizio ho scoperto che il vero inizio del mio nuovo lavoro si trovava nella seconda pagina.

A volte capita di far “scivolare” l’incipit un po’ più in là. Scriverne di diversi ci aiuta a estrapolare il meglio dalla nostra storia e di agganciare e stupire il lettore!

Qualunque sia la vostra scelta, ricordatevi di una cosa: l’incipit è una promessa di piacere.

Se volete, scrivetemi i vostri incipit nei commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *