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Percorrere il mondo assieme al mondo

C’è una parola che mi terrorizza: vacanze.

Sono quelle tre settimane che si aspettano a lungo, come se nelle restanti quarantotto non si vivesse per davvero. Si attendono come un sogno, un regalo, le si prenotano mesi prima con pacchetti extra-lusso all inclusive. Le si adorano immolandole grosse somme e le si trascorrono sdraiati a risposarsi, a lasciar andare via lo stress accumulato nelle altre quarantotto. E quanto sono belli, splendenti, profumati e gioioso quei ventuno giorni! Ci si può vantare di aver sentito la sabbiolina del Mediterraneo sotto la schiena, o di aver visto panorami e belve lontani, protetti in una scatola su ruote, o di aver navigato i sette mari dalla bella vista di una piscina su un palazzo acquatico.

Vacanze necessarie per gli uomini-bambini, stanchi dei troppi giochi. Forse devo correggermi: a farmi paura non sono le vacanze, ma le quarantotto settimane che le precedono.

C’è una parola che amo: viaggiare. Viaggiare è percorrere il mondo assieme al mondo, è camminare al suo lato, stare nello stesso vagone e guardare il paesaggio dallo stesso finestrino.

È dilatare i proprio limiti fino a inglobare la Terra.

I viaggi sono giungere su una vetta e osservare le orme lasciate sul sentiero, vedere il proprio cammino da un punto di vista distaccato, più alto, che rende possibile cominciare altre ricerche, gettare via il superfluo accumulato durante il percorso, mettere in ordine i frutti nati da un accurato lavoro di pulizia.

È un ritorno al Sé, un lasciar andare i gingilli senza valore raccolti sul consueto cammino e tenere solo i gioielli più belli dopo averli lucidati con estrema cura.

E chi crede che la vita del viandante sia come una libertà senza dolore s’inganna. Egli crea e recide legami senza sosta, senza sapere se un giorno potrà mai riallacciarli, manca del perpetuo calore che il sedentario ha attorno a sé e che, spesso, non vede, preoccupato come è dalle futilità della vita. Il viandante può ridere di questi problemi, li ha seppelliti il giorno in cui ha deciso di camminare, e imparerà anche a ridere del tormento che gli procura la caducità della vita, la paura dell’eterno incedere senza mai potersi voltare e abbandonarsi alla bella staticità del focolare domestico. Quest’ultimo è solo una radice che altro non vede se non terra e oscurità, e l’altro è come un seme: vola solitario e senza protezione, per diventare uno splendido fiore.

Non c’è felicità per chi non viaggia, Rohita!

A forza di stare nella società degli uomini anche il migliore di loro si perde.

Mettiti in viaggio!

I piedi del viandante sono fiori,

la sua anima cresce e dà frutti,

i suoi vizi vengono lavati via dalla fatica del viaggiare.

Non si muove la sorte di chi non viaggia,

dorme quando egli è nel sonno,

si sveglia quando questi si desta.

Allora vai, viaggia, Rohita!

Brahmana

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