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Il falso mito della stabilità

Siamo pensati e non pensiamo, reagiamo alla vita e a ciò che ci capita come automi. A quando, invece, l’azione? Continuiamo a credere che soffocando noi stessi oggi ne ricaveremo stabilità e sicurezza un giorno; che dopo quello scoglio non avremo più problemi né dolori. Un falso mito che ci rende schiavi oggi con l’illusione di libertà domani.

Il falso mito della stabilità: se siamo schiavi oggi potremo goderci la vita domani

Vivere di quello che amiamo è difficile. Non so se sia sempre stato così, né se lo sarà per sempre. Forse un tempo artisti e scrittori erano più fortunati di noi, o forse lo saranno un giorno. Fatto sta che oggi c’è grande difficoltà: scegliamo, o ci scelgono, il sentiero della nostra vita sin da quando siamo bambini. Pensate solo a quella spaventosa domanda: “Cosa vuoi fare da grande?”. Perché mai da bambino dovrei pensare a un futuro così lontano?

Nel migliore dei casi (o nel peggiore, a seconda dei punti di vista), riusciamo davvero a diventare ciò che volevamo essere. O che credevamo di voler essere. Credevamo, già, perché in fondo non lo abbiamo deciso davvero noi, ma lo abbiamo assorbito strada facendo.

In quella strada affollata dove uno deve farsi largo con le unghie e con i denti. Decidi in fretta chi o cosa vuoi essere e mettici tutto l’impegno se vuoi superare gli altri. Una volta giunto là, avrai stabilità. Peccato che la sicurezza su questo pianeta sia solo una chimera, un sogno che tutti vogliamo raggiungere ma che, ammettiamolo, non esiste. Il nostro più grande errore è quello di credere che la sicurezza faccia il paio con la felicità, ma se la sicurezza non esiste allora…

No, la gioia esiste, solo che la cerchiamo nel luogo sbagliato. Peggio ancora, la sacrifichiamo con la speranza di ritrovarla un giorno in quella fantomatica sicurezza che non c’è. Un circolo vizioso che dura fino a che non ci sdraiamo nella bara. Per la sicurezza ci ritroviamo a fare scelte, spesso quando siamo troppo giovani, in base a ciò che ci porterà più guadagno economico, più stabilità, una bella casa e una macchina potente. Poi, lungo la strada ci rendiamo conto di aver sacrificato tutto il nostro potenziale umano, e rimaniamo in balia di un vuoto di vita, di un “mai ‘na gioia”, di stritolanti “se” e “ma”. Dicono che condurre una tale vita sia onorevole.

Vivere non una, ma mille vite

Perché dovrebbe essere onorevole affogare il nostro tempo, che è l’unica cosa di cui disponiamo e che presto, troppo presto, finirà? Perché non possiamo sviluppare i nostri istinti più profondi, perché non possiamo vivere le migliaia di vite che si agitano sotto questa pelle, dare sfogo a questo fascio di ii, ognuno diverso dall’altro, ognuno con una storia differente dall’altra e vivere non una, ma mille vite? Per quale motivo? Perché ci ostiniamo a seguire una linea retta, tracciata da qualcun altro, o a batterci per un tragitto già percorso, sicuro e lineare, che poi sfocia in un prodotto finito, formato e spento? Crediamo davvero che questo ci faccia vivere nell’eternità?

Se invece provassimo a lasciar fluire tutti questi ii che sono oppressi nel nostro petto, se gli permettessimo di sfondare le barriere che ci siamo creati nella speranza di essere “uno”, “arrivato”, “finito”, “realizzato”, se dessimo all’Universo la chance di travolgerci con le sue pluralità, con le infinite possibilità, non vivremmo noi forse infinite vite? Non sarebbe ogni giorno, ogni momento, così intenso, così pieno di sapore che allora la finta tranquillità di un io finito ci parrebbe come una tomba?

Siamo della stessa sostanza del mondo, e come il mondo si esprime in tantissime visioni, così potremmo farlo anche noi. Lasciamo che la vita ci entri dentro, che fluisca sotto la pelle e la riempia così tanto fino a scoppiare in miliardi di frammenti. Allora, il nostro io è dissolto, e diviene una miriade di particelle sviluppabili in infiniti, nuovi mondi.

Sii come l’Universo! Sii plurale. F. Pessoa

Come scrivo nel mio nuovo romanzo:

«E anche questo. Tu potrai dirmi: “Perché essere plurali quando fatichiamo tutta una vita per crearci una nostra identità, unica, sicura, ferma? Perché dovremmo spogliarci di tutto questo? Guardiamoci intorno: tutto quello che vediamo, dalla tazzina del caffè al cellulare, è l’Universo, dall’albero davanti la finestra al cielo nuvoloso, tutto fa parte di una stessa sostanza fisica, persino gli oggetti creati dall’uomo. Noi siamo fatti di ciò di cui è fatto questo foglio, questo schermo, questa sedia, questi uccellini, questi insetti. Tutti volti dell’Universo, che è sempre lo stesso, ma si rivela in miriadi di modi. Non è solo le stelle e i pianeti. «Perché mai noi, piccoli esseri umani, dovremmo avere l’arroganza di voler essere unici e, contemporaneamente, avere la stupidità di sopprimere milioni di possibilità della nostra anima? «Spesso penso a quante infinite possibilità potremmo avere, a quante persone diverse potremmo essere, a quante esperienze vissute o inconsce sprechiamo. «Per quale motivo? Perché ci ostiniamo a seguire una linea retta, tracciata da qualcun altro, a batterci per un percorso già battuto, sicuro e lineare, che poi sfocia in un prodotto finito, formato e spento? Crediamo davvero che questo ci faccia vivere nell’eternità? «Se invece provassimo a lasciar fluire tutti questi ii che sono oppressi nel nostro petto, se gli permettessimo di sfondare le barriere che ci siamo creati nella speranza di essere “uno”, “arrivato”, “finito”, “realizzato”, se dessimo all’Universo la chance di travolgerci con le sue pluralità, con le infinite possibilità, non vivremmo noi forse infinite vite? Non sarebbe ogni giorno, ogni momento, così intenso, così pieno di sapore che allora la finta tranquillità di un io finito ci parrebbe come una tomba? «Siamo della stessa sostanza del mondo, e come il mondo si esprime in tantissime visioni, così potremmo fare anche noi, lasciare che la vita entri in noi e fluisca sotto la pelle, la riempia così tanto fino a scoppiare in miliardi di frammenti. Allora, il nostro io è dissolto, e diviene una miriade di particelle sviluppabili in infiniti, nuovi mondi. Distruggi il tuo io, Hester, e lascia che le tue molecole si fondano con l’Universo.»

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