Yunnan 2: il Tibet e Shangrila

Dopo il capoluogo Kunming e la città ai piedi dell’Himalaya Lijiang, è stato il tempo della mitica Shangrila.

Questo nome non vi suona nuovo? È quello usato da James Hilton in “Orizzonte perduto”, per l’ambientazione della storia di un monastero nel quale i monaci arrivano fino a duecento e oltre anni d’età.

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Fino a pochi anni fa Shangrila si chiamava Zhongdian. Notando una certa (o presunta) somiglianza tra la cittadina e il luogo descritto dall’autore inglese, il governo cinese ha deciso che quella sarebbe stata Shangrila, e vi ha creato un vasto giro  economico e turistico. Parte della prefettura autonoma a maggioranza tibetana di Deqen, è l’ultimo punto della Cina politica prima del semi-proibito Tibet centrale. Da qui, in un viaggio di quattro giorni di bus, si arriva direttamente a Lhasa ma i pellegrini, più volte durante la loro vita, vi si recano a piedi, attraversando il desolato e gelido tetto del mondo in diversi mesi.

Leggi qua la prima parte del viaggio a Kunming, la foresta di pietra e Lijiang

Bandiere tibetane di preghiera

Come raggiungere Shangri-la

Shangrila è lontana, sull’altopiano tibetano, a più di 3000 km di altitudine, solitaria, fredda, ventosa, a tratti regredita. Shangrila è un paradiso.

Scomodissima da raggiungere per la mancanza di trasporti, ha però un minuscolo aeroporto che la collega a Lijiang, Kunming, Canton e Pechino. L’altra alternativa è sfidare la morte in autobus. Conoscendo la poca prudenza degli autisti asiatici e le condizioni della strada, ci ho pensato parecchio prima di partire. Ma ero lì, e poi non si dice che quello che conta è il viaggio e non la destinazione?

Dall’autostazione di Lijiang (Keyunzhan 客运站) partono frequentissimi bus per Shangrila al costo di circa 65 RMB (8 euro) e in 4 ore percorrono i 180 chilometri montani che dividono le due città.

Salendo sull’altopiano e sfidando la morte

Il primo tratto in autostrada è abbastanza scorrevole nonostante il traffico. Verso la metà il mio minivan con la scritta, guarda caso, “feeling of Venice” si è fermato in un autogrill tibetano. Autogrill è un esagerazione: in uno spiazzale c’erano file di banchetti con il solito cibo cinese che io adoro: patate oleose, tofu speziato sulla piastra, zampe di galline (no, queste non le adoro), e le buonissime uova cotte nelle foglie di tè. Per uno yuan si potevano anche usare i servizi: divisi per uomini e donne, i bagni erano costituiti da due canaletti di scolo uno di fronte all’altro intervallati da bassi muretti e che si perdevano nella vegetazione oltre la stazione di servizio. Non ho mai visto così tanti didietro nudi tutti insieme. All’esterno, mi sono rifatta gli occhi con il panorama dell’altopiano oltre la via trafficata.

Un autogrill tibetano

Da qui in poi cominciano i tornanti: da un lato la roccia friabile e dall’altro gli abissi che ti catturano con la loro bellezza e il loro terrore insieme, specie se soffri di vertigini. Tra queste condizioni e la nebbia, gli autisti di macchine, bus e camion decidono di guidare con prepotenza, superandosi tra loro nelle curve a gomito e incuranti del pericolo di un frontale o di volare giù. Più di una volta l’autobus si è ritrovato ad affiancare una macchina che tentava di superare un camion, e io pregavo che dalla curva non sbucasse nessuno. Una volta c’erano persino tre bus in fila uno accanto all’altro e un terzo che tentava di accedere in strada da una piazzola di sosta. Due ore terrificanti, che si sarebbero ripetute al ritorno.

A Shangri-la, Yunnan

Shangrila accoglie il visitatore con un enorme stupa bianco all’ingresso della città. Benvenuti in Tibet, dove la spiritualità è l’essenza della vita. Non importa se il governo cinese ha provato a distruggere il potere del Lamaismo, non importa se sua Santità il Dalai Lama è in esilio, non importa se Shangrila è grande come una normale città italiana di provincia mentre ci si aspettava un villaggio, non importa neanche che gli dei siano stati spazzati via dai casermoni in cemento armato e le grate alle finestre tra le vie caotiche: il nucleo, il cuore della tradizione tibetana è più potente della nebbia calata sulla città quel giorno del 1956. La tradizione tibetana non verrà mai sottomessa da nessuna bandiera rossa con le cinque stelle. Questo popolo di gente dalla pelle abbronzata e le guance arse ci guardava da sotto i loro copricapi tipici, e noi guardavamo i loro abiti scuri dalle mille decorazioni colorate, vestiti d’inverno anche se era agosto. In Tibet l’estate non esiste.

Dalla stazione dei bus a lunga percorrenza, si raggiunge la città vecchia con il bus numero 1 al costo di 1 yuan (13 cent). Attenzione, le corse dei bus si fermano alle 18.30 in estate e anche prima in inverno. In ogni caso, esistono molti taxi o, se si preferisce camminare, i due punti sono connessi da una passeggiata di quaranta minuti.

Anche qui come a Lijiang il centro storico è racchiuso tra le mura che lo dividono dallo squallore della città. Una volta varcata la porta oltre lo spiazzale dei bus dei tour organizzati o dei tassisti che cercano di venderti corse con una certa insistenza, si entra in uno dei posti più belli del mondo. E in quanti ci sono stati?

Dove alloggiare

Shangrila è molto diversa da Xiahe o Langmusi, più raccolta, più intima nell’architettura ma più turistica. Il minuscolo centro storico è un intrico di viuzze e casette di legno, con i tetti di legno anch’essi e le finestre trapezoidali più strette in alto e più larghe sotto, coperte da minuscole tettoie e cerchiate di colori vivaci. Dalle finestre è possibile vedere interni di legno, tendaggi di lana e tappeti in strati adibiti a panche sulle quali sedersi a gambe incrociate o addirittura a letti.

Abbiamo alloggiato in Tavern 42, un ostello super consigliato gestito da un uomo coreano e da due donne Naxi in abiti tradizionali, etnia nativa insieme a quella tibetana.

Ruote di preghiera nella cittadina di Shangrila

Il proprietario racconta di come, dieci anni fa, durante un viaggio da backpacker in Yunnan abbia conosciuto la sua moglie Naxi e di come per lei abbia lasciato la Corea per trasferirsi in quel punto lontano dal mondo stesso. Tavern 42 è una vera casa in stile tibetano, pulitissimo e con un’offerta di deliziosa cucina locale e coreana. Il piatto che ho preferito è stato il burger di carne di yak freschissimo. Oltre alla sala comune, la casa ospita diverse camere dal profumo di legno,  decorate con le bandierine dei cinque elementi e dai vajra tibetani, e una terrazza sulla quale conoscere viaggiatori da tutto il mondo, dalla ragazza di Shanghai che mi raccontava le paturnie d’amore per una donna di dieci anni più grande alla coppia di giovani tedeschi che hanno lavorato e risparmiato per partire a tempo indeterminato: avevano già attraversato tutta la Russia in transiberiana, sostando al lago Baikal, e la Cina; presto si sarebbero diretti a Guilin e poi Hong Kong, dove avrebbero volato per il Borneo prima e a Bali e Lombok poi. La settimana scorsa erano in Birmania, oggi in Laos. Li seguo sempre, sono un po’ i miei eroi.

La ruota di preghiera gigante domina Dukezong

Cosa vedere a Shangri-la e nei dintorni

Dukezong: la città di Shangri-la

Sono stata tre giorni a Shangrila: è così piccola che si gira in mezza giornata, ma io non mi sarei mai stancata di andare a mangiare la carne di yak con le patate e il curry e i cetrioli con lo yogurt seduta sui tappeti mentre sbirciavo il via vai nella strada, lo stupa al centro della piazza principale, i templi tibetani con la madre Tara Bianca e la madre Tara Verde e Avalokitesvara dalle mille braccia pronto a salvare fino all’ultimo uomo, le candele di burro di yak a illuminare i dipinti infernali e paradisiaci dei templi, circondati da Kata bianche o dorate, le sciarpe tradizionali. Né mi sarei stancata di girare intorno alla gigantesca ruota della preghiera che troneggia sulla città, o di visitare le mostre di tanka, i dipinti buddhisti, e infine di passeggiare sulla collina solitaria alle spalle della città, fino al Tempio della Gallina Bianca. Da lassù ho ammirato la Shangrila vecchia abbracciata dalla Shangrila nuova, entrambe racchiuse tra i monti brulli persi nella foschia dell’altopiano tibetano, le migliaia di bandierine dei cinque elementi a svolazzare spinte dalla brezza e le preghiere a disperdersi sul mondo, lì dal suo tetto, dalla sua sommità, in un silenzio divino. Dove può vivere Dio se non sull’altopiano tibetano?

Shangrila è sia città che natura selvaggia. Nel piccolo villaggio tradizionale Dukezong 独克宗古城 racchiuso tra le mura, basta passeggiare per accogliere il Tibet, ascoltare le campane sospinte dal vento. (cosa vedere)

Il Parco Nazionale Pudatso

Yak che pascola ad alta quota

Il giorno seguente, prendendo una macchina privata nello spiazzale oltre le mura, abbiamo raggiunto il parco nazionale di Pudacuo, natura vastissima persa sull’altopiano. Si attraversano le praterie aride abitate solo da yak con il loro pelo bianco, nero o marrone lungo fino a terra e pastori in abiti tradizionali. All’interno del parco, una navetta conduce fino al lago e lì, purtroppo in mezzo a centinaia di altri turisti, si segue la passerella di legno attorno al lago grigio che riflette il cielo plumbeo e gli abeti stagliati contro le colline di un verde intenso, deserte a parte per qualche solitario yak che bruca l’erba.

Parco Nationale Pudatso

Il problema del bellissimo parco Pudacuo è che la maggior parte di esso è chiuso al pubblico da tre anni, nessuno avverte l’ignaro visitatore che è comunque costretto a pagare l’ingresso intero (100 rmb, 12 euro), né gli vengono fornite spiegazioni. Tipica mentalità da fottiamo il turista, quindi siatene consapevoli o vi ritroverete a spendere 80 euro in due tra macchina e ingresso per passare solo un’ora attorno al lago. Una spesa esagerata nonostante la bellezza del parco.

Il monastero Songlin

Il pomeriggio, con l’autobus 3, dal centro storico abbiamo raggiunto il monastero di Songli (Ganden Sumtseling Gompa), uno dei più grandi del Tibet e, secondo qualcuno, quello descritto da James Hilton nel suo capolavoro. Anche qui l’ingresso è un po’ costoso (60 rmb più 25 rmb di navetta per percorrere i “5 km” che separano la biglietteria dal complesso, ma che in realtà è solo un chilometro di passeggiata – 7,7 euro e 3,2 euro), ma questa volta ne vale la pena.

Il tempio, costruito 300 anni fa, è grande quanto un villaggio e in un certo senso lo è, circondato da casette di devoti e di giovani monaci che attraversano le vie con i loro sai rossi e una spalla scoperta. Da lontano, oltre un lago immerso nella foresta, si scorge il vasto complesso rosso dai tetti e le tettoie d’oro; l’effigie di un cervo dorato che salta in un cerchio è posta sulla sommità della costruzione centrale. All’interno ci si perde tra stradine di terra battuta, incensieri dal quale provengono i fumi odorosi dell’incenso votivo, sale pregne del sentore di burro di yak bruciato e affrescate dei racconti dei testi sacri o delle leggende di Dei con molteplici arti o con visi spaventosi per scacciare via i demoni dell’ignoranza, di Dee seminude su foglie di loto e di amplessi amorosi chiamati Yam Yum, ovvero l’unione tra conoscenza e compassione, uno dei simboli più forti del Buddhismo tantrico e che scioccarono i primi visitatori occidentali.

L’ingresso principale del tempio di Songlin

Nel complesso, ancora utilizzato secondo lo scopo originale e non solo per allietare i turisti, si può pregare, meditare, farsi benedire da veri monaci lamaisti, lasciandosi andare al mistero di una religione così lontana dalla nostra cultura, ideologicamente e fisicamente, nata in un ambiente ostile, secco, freddo, ventoso e quasi sterile. In un mondo separato dal resto della terra, lì dove gli uomini che vivono accanto al cielo non hanno altro che Dio e la natura a fargli compagnia, quegli uomini che vengono dalla polvere e sanno che a essa torneremo: al momento della morte lasciano il proprio corpo in pasto ai corvi per restituire alla natura ciò che le hanno sottratto. Quegli uomini che sanno che Tara li condurrà alla saggezza e Avalokistesvara lì salverà, che l’unione tra corpi divini conduce all’unione del tutto e alla vera umanità, un tutt’uno con la divinità.

Portone di un tempio a Songlin
Nel Pudatso Park

Altre cose da vedere a Shangri-la e nei dintorni:

  • La gola del salto della tigre
  • Il villaggio tibetano di Xiagei
  • Le terrazze paradisiache di Baishui (白水台)
  • Lake Napa (Napahai 纳帕海, per una gita in bicicletta
  • Il monte Meili per fare trekking
  • Il monte Haba per fare trekking

Si consiglia di prendere una macchina con autista per spostarsi nella prefettura, le distanze sono notevoli e i mezzi pubblici quasi inesistenti, tranne che per la gola del salto della tigre, per la quale partono bus ogni ora.

La gola del salto della tigre nel prossimo articolo