Yunnan 1: Kunming, la foresta di pietra, Lijiang e l’Himalaya

Quando mi sono licenziata dal mio lavoro, non potevo non partire per quel posto fantastico che sognavo da anni: lo Yunnan, la regione più diversificata della Cina che va dal clima tropicale al confine con la Birmania a Sud, alle secche praterie dell’altopiano tibetano a Nord.

Come raggiungere lo Yunnan

Culla di svariate etnie, confina inoltre con il Laos a Sud-est e il Guizhou a Est. Il capoluogo Kunming, la città della primavera, è raggiungibile da ogni parte del Paese con aerei e treni, sia tradizionali che ad alta velocità. Dall’Italia, invece, non ci sono voli diretti. Mio fratello ha viaggiato con Sichuan Airlines da Roma con uno scalo a Chengdu (la città dei panda!) e io ho fatto un viaggio di otto ore con il treno gaotie (ad alta velocità) dalla stazione di Canton Sud (otto ore, 445 RMB, circa 56 euro).

Kunming

Fiore di loto nella città della primavera

Il primo impatto con Kunming è stato piacevole: il clima è secco, fresco e non inquinato, con il cielo blu di giorno e le stelle di notte, senza l’afa intollerabile di Canton. La città di per sé non è nulla di speciale: c’è qualche tempio e un bellissimo parco di quelli come se ne vedono nei dipinti cinesi, con i salici piangenti, i fiori di loto, i laghetti e i ponticelli, le famiglie a rilassarsi e i vecchietti a ballare e cantare. La corsa al progresso che ha invaso tutta la Cina è arrivata anche qui, travolgendo l’antica architettura dei Kunmi, popolo oramai scomparso. Nel Nord della città si trova il Tempio Yuantong, un grande complesso buddhista dedicato alla dea Guanyin, la versione cinese del dio tibetano della misericordia Avalokitesvara. In via Zhengyi sorge solitaria la moschea dei cinesi Hui, l’etnia musulmana, ma i dintorni hanno perso l’aria da bazar. (Per chi vuole visitare un fantastico mercato musulmano deve volare fino al quartiere Hui a Xi’an, la città dell’esercito di terracotta. Io ci sono stata, clicca qui). Nella zona originaria della città, in Dongsijie e Dongsita, sorgono rispettivamente la Pagoda Ovest (Xisita) e le rovine della Pagoda Est (Dongsita), crollata dopo uno dei frequenti terremoti nella regione, entrambe risalenti all’epoca Tang. I templi vicini sono scomparsi.

I dintorni: la foresta di pietra, Shilin

Allontanandosi dalla città verso sud-est, a circa 120 km (bus, 37 RMB, 5 euro) si raggiunge la foresta di pietra Shilin, un posto assurdo dove i massi assumono forme spettacolari in un groviglio che assomiglia a una giungla scura. Frutto di formazione geologica durata milioni di anni, gli affioramenti calcarei sono stati lasciati centinaia di milioni di anni fa dal mare che si ritirava. In questa infinità di tempo sono stati consumati e levigati dalle intemperie. La foresta di pietra è diversissima dai monti di Avatar a Wulingyuan, ma la soprannaturalità del parco li ricorda in qualche modo, come anche la sfida delle rocce alla forza di gravità. L’ingresso costa 65 rmb (8 euro). Il momento migliore per visitarla è al mattina presto, prima che arrivino orde di tour organizzati e ci si ritrovi bloccati nella folla in un passaggio unico per tutti, a sgomitare quelli che si fermano per le foto.

Ovviamente, come ogni luogo cinese che si rispetti, ci sono gli autobus elettrici che fanno fare il giro in tondo fermandosi solo in due spot; pertanto, subito dopo il primo punto panoramico, è meglio proseguire a piedi lungo il sentiero circolare o in quello scavato tra le rocce pericolanti, con l’impressione che da un momento all’altro una pietra poggiata sull’altra per chissà quale miracolo possa staccarsi e venire giù. Seguendo il primo si fa il giro esterno e si può godere della pace della campagna che circonda la foresta di pietra, il secondo invece fa una tappa su un’altura (sempre di pietra) dal quale osservare il paesaggio ultraterreno dall’alto. In fondo, la natura in Cina è specializzata in queste creazioni naturali assurde e lo abbiamo visto più volte. Chi ha molta fantasia può provare a riconoscere le sagome delle formazioni di roccia cinerea, oppure ci si può semplicemente lasciare andare alla vaga inquietudine di questo posto che non sembra appartenere al nostro pianeta, passeggiando per i cunicoli tra le rocce pericolanti con i brividi lungo la schiena.

Tornati a Kunming abbiamo cenato con il piatto tipico della regione, “i tagliolini oltre al ponte” e con il formaggio, l’unico prodotto nel Regno del Centro, poi ci siamo diretti in uno dei tanti parchi con i salici piangenti e gli stagni pieni di fiori di loto e gruppi di donne avanti con gli anni a ballare la “Mama dance”, come in ogni angolo di ogni città cinese.

Verso l’Himalaya: Lijiang e i Naxi

Il giorno dopo, siamo saliti su un altro treno ad alta velocità e in due ore di viaggio (220 RMB, 28 euro) durante le quali c’è stata una rissa tra donne che si tiravano i capelli e vecchietti che si ficcavano le unghie nei polsi, siamo arrivati nella fantastica Lijiang, ai piedi dell’Himalaya. Casa dell’etnia Naxi e di qualcuno che è un affascinante mix tra indiani e cinesi, Lijiang è una tranquilla cittadina cinese di un milione di abitanti (persino qui sull’altopiano tibetano sorgono quelle che per noi sono metropoli e per i cinesi dei villaggetti). Nel suo cuore ospita ancora intatto il centro storico, formato da tradizionali casette lignee dell’etnia Naxi, in contrapposizione ai mostri di cemento al di fuori delle mura, e tra le viuzze scorrazzano maialini neri.

Le romantiche città cinesi come le immaginiamo noi europei non sono molte (vedi qui la bellissima Fenghuang, la città della Fenice), ma Lijiang non lascerà insoddisfatto il cacciatore di atmosfere storiche. Le solide case sono costruite in legno o terra, con portoni di legno massiccio oltre i quali si aprono cortili interni circondati dalle stanze. Molte case sono state adibite a negozi di cibo o tessuti, ma altre sono visitabili per gustare appieno il sapore della vita Naxi. La più famosa è il “Mufu Palace”, la casa-palazzo della famiglia Naxi Mu, gli antichi governatori della città. L’ingresso è a pagamento, al contrario delle case più comuni, ma vale la pena spendere 60 RMB (7,5 euro) per visitare i giardini, le stanze, i dipinti, l’armeria, il tempio privato, e poi salire sulla Collina del Leone per una vista globale della città antica, stesa ai piedi dei monti avvolti dalla nebbia, l’aria satura di umidità che rende questa giornata d’agosto romantica e fresca come un pomeriggio autunnale. Viene da dire grazie al lavoro congiunto della natura Himalayana e all’architettura umana di questa piccola popolazione montana.

Tipiche case in architettura Naxi
Per le vie della città antica

I dintorni di Lijiang

Da Lijiang si possono fare gite tantissime gite in giornata. Chi non sa il cinese o non se la sente di viaggiare da solo può rivolgersi a una delle numerosissime agenzie di viaggio che costellano la città vecchia. Una delle gite più popolari è quella al villaggio Baisha, 8 km a Nord, famoso per la raccolta di affreschi buddhisti presi a martellate e vandalizzati durante la Rivoluzione Culturale. Tuttavia, il paese è noto soprattutto per dottor Ho, una leggenda in tutta la Cina: il medico taoista lavora nella sua clinica di medicina tradizionale ai piedi del Monte Nevoso del Drago di Giada. Sono molti coloro che lo visitano per tornarsene con un sacchetto di erbe mediche. Quando il tempo è bello, Baisha è raggiunto in bicicletta dalla città vecchia.

Lijiang ai piedi dell’Himalaya

Purtroppo sono stata in Yunnan nel bel mezzo della stagione delle piogge ed era altamente sconsigliato recarsi in montagna, ma se la giornata è serena non si può non andare su quel monte dal pomposo ma romanticissimo nome “Monte Nevoso del Drago di Giada” (Yulong Xueshan), 34 km a Nord della città. Simile al Tibet, questa montagna imponente e frastagliata che ospita pascoli di yak si staglia imbiancata alle spalle di Lijiang. Il momento migliore per visitarla è in autunno o in inverno con il cielo terso e la neve. Si raggiunge con un mezzo privato o rivolgendosi a un’agenzia; dalla base, nel villaggio del Fiore di Neve, una funivia porta ai panorami migliori. Mi dispiace tantissimo non esserci potuta andare. Spero di tornarci, magari in autunno.