Viaggio in Laos 2: navigando sul Mekong

* Memorie di viaggio * Da Luang Prabang a nord alla capitale Vientiane, e poi di nuovo in viaggio verso sud.

Il terminal dei voli nazionali di Vientiane è costituito da un ingresso con 6 banchi per il check-in al piano terra, due banchetti con caffè e snacks, una saletta d’attesa con le sedie in plastica al piano superiore, un baretto che vende croissant dalla consistenza cartacea e un unico gate.

Realizzo un sogno: navigo sul Mekong

Il volo per Pakse è stato comunque piacevole e all’atterraggio, in centro città, ho mangiato una delle colazioni più buone della mia vita: caffè lao con latte condensato, tè, un brodino vietnamita con due uova all’occhio di bue e due polpette di carne da condire e mescolare e una baguette fresca. Dal porticciolo della triste Pakse (le uniche cose visitabili sono un paio di templi), oltre il fiume si scorge il profilo dei monti, simili a una donna coricata.

La donna sdraiata vista da Pakse

Lì per 80 USD ho affittato un’imbarcazione e un barcaiolo e per due ore ho fatto una cosa che avrei voluto fare da anni: navigare sul Mekong, arteria vitale e madre dell’Indocina, costeggiata da un’incredibile vegetazione che lussureggia e splende ai raggi dei tropici. Non si vedono altre imbarcazioni se non quelle, in lontananza, di qualche pescatore. Il sole brilla e la brezza rinfresca l’aria odorosa di verde umido. È impossibile capire se attorno vi siano centri umani oltre alla cittadina di Pakse ormai lontana alle mie spalle. Forse no, forse siamo noi soli con la natura, che ci accompagna dolcemente fino alla prossima meta.

Navigando sul Mekong

Sul Mekong

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Champasak e Wat Phu: l’antica capitale Khmer prima di Angkor Watt

Il barcaiolo attracca su un banco di fango attraversato da un asse di legno e poi da una scaletta semi nascosta nella foresta. Mi fa un cenno e io posso solo percorrere quei passi. In cima mi ritrovo a Champasak, per la precisione in una bellissima guesthouse dove, però, manca l’acqua calda. E importa davvero poco. Affitto una stanza in condivisione con una coetanea belga che sta attraversando l’Asia in bicicletta da mesi. Va verso Wat Phu. La imito ma non la seguo. Noleggio una bici e mi fiondo in strada sotto il sole cocente di lug… gennaio, per andare a visitare le rovine dell’antica capitale khmer, antecedente ad Angkor Wat, a quest’ultima collegata da un’antichissima via. Ammiro vestigia di mondi lontani nel tempo e nello spazio, respiro storia e tropici, osservo i pellegrini venuti ad adorare Buddha, traggo ispirazione per scrivere e per essere felice.

Le rovine di Wat Phu

Le rovine di Wat Phu

Dettaglio di un tempio a Wat Phu

Ballerine celesti danzano sulle mura diroccate del tempio principale, le buddhità si lasciano venerare tranquille. Il Lingaparvata, il monte sul quale è stata costruita Wat Phu, ha una forma quasi allungata verso l’alto ed è quindi meta di pellegrinaggio per Shiva. Sulla sommità, inarrivabile, vi è un lingam di pietra. Ai suoi piedi, invece, sorge un tempio scavato nella roccia e dedicato al lingam, simbolo di virilità e fertilità. L’acqua scorre nella grotta benedetta, tra statue del Buddha che ha soppiantato l’antico culto induista. Dei bambini la raccolgono e la rivendono. Acqua santa, come a Lourdes. Io lascio che le gocce bagnino il mio mala birmano, in un miscuglio di credenze e religioni. Ma a Champasak l’unico vero credo sembra essere quello di una pace interminabile.

Il Lingam di Shiva

Ballerina celeste su un tempio a Wat Phu

Un mondo che non possiamo più immaginare

Champasak è povera, dimenticata, persa, eppure anche le più misere baracche sono pulite e colorate, costruite spavaldamente accanto a quelle fantastiche ville di lascito coloniale, in un morbido stile di pastello tra il laotiano e il francese, circondate da giardini e palme e grossi fiori tropicali. Bellissime! È come l’Asia della mia immaginazione: se stessa mescolata all’estetica occidentale che ha trovato il modo di non soffocare in queste terre, pur vivendo con stile; invece spesso l’Oriente raccoglie lo squallore grigio e inquinato dell’assurda e confusionaria velocità del nuovo millennio. Anche qui templi d’oro, di rosso, di verde, di blu, giovani monaci coi sai arancio, le casse acustiche e lo smartphone; e bambini che salutano felici “Sabai dee! Sabai dee!”, una quantità incredibile di vacche, cani, gatti, galli, galline e pulcini. Tuttavia, in questa strana folla e regnare per davvero sono solo la natura, la lentezza e la serenità.

La sacra grotta di Shiva

Una doccia fredda per togliere via la polvere rossa e il sudore. Mi tengo stretta le benedizioni della montagna sacra e l’alito della storia di una civiltà potente e scomparsa: quella Khmer. E ora, per finire la serata, una birretta fresca sulla terrazza lignea della guesthouse affacciata sul Mekong, a sentire le storie di una ex-infermiera belga che viaggia per l’Asia in bicicletta. Niente tramonto spettacolare per oggi, da qui si vedrà l’alba.

Case coloniali a Champasak

Cosa vedere a Pakse:

  • Wat Luang, che ospita la scuola di monaci buddhisti;

  • Wat Phabad, il tempio più grande e più antico di Pakse;

  • Phou Salao, tempio del grande Buddha;

  • Riposarsi nel punto in cui i fiume Xedong e Mekong si incrociano.

  • Andare al porto e vedere se si trova un passaggio per Champasak 🙂

Cosa vedere a Champasak:

  • Wat Phu, antica città khmer;

  • Lingaparvata, il monte sulla cima del quale svetta il lingam di Shiva;

  • Wat Nang Sida, a 2 km da Wat Phu, sull’antica strada che collegava la città ad Angokor Watt.

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