Viaggio in Giappone: impressioni

Passi una vita a studiare la Cina, a leggere libri sul Sud-est asiatico, a fare yoga e a viaggiare per l’Asia, ignorando quel lontano arcipelago posto alla fine del mondo, diverso da ogni altro luogo sulla faccia della Terra: diverso dai paesi estremo-orientali, sebbene fisicamente vi assomigli; diverso dagli Stati Uniti, sebbene ne emuli molti aspetti; diverso dall’Europa, sebbene vi abbia preso spunto per l’esercito e la tecnologia. Un giorno, per caso, hai due settimane di ferie e un amico in Giappone e allora prendi un aereo e vai a visitare quel luogo che hai sempre ignorato: il Paese del Sol Levante.

Un mondo di onorifici

Da sempre affascina tutti, molti occidentali che sono stati sia in Cina che in Giappone preferiscono indubbiamente il secondo: pulito, ordinato, le persone sono gentilissime, è tutto un “grazie, prego”, onorifici vari e inchini tutto il tempo. Nessuno ti spintona, nessuno sputa a terra o ti tossisce in faccia come capita spesso in Cina, hanno una forte coscienza nazionale e, nonostante una storia di incendi, terremoti e bombe atomiche, hanno mantenuto intatta la propria cultura, esibendo con fierezza templi zen e altari shinto, pagode, castelli-fortezze con gli angoli in su e palazzi shogunali dalle porte di carta di riso. Un mondo che unisce silenziosi vicoli a larghe strade fiancheggiate da palazzi irregolari, parcheggi minuscoli e macchine dalla strana forma compressa.

La strana architettura giapponese

Non sai perché hai sempre ignorato quel serpeggiare di lanterne che indicano che proprio lì, oltre la tenda con dipinto il monte Fuji, c’è una bettola fumosa dove bere sakè caldo e mangiare tempura in piedi, stretto tra eleganti salarymen rallegrati dall’alcool che ti chiedono chi sei e perché sei lì. Tutti sorridono, sarà per l’alcool, sarà per l’atmosfera rilassata e intima mentre fuori scendono piccoli fiocchi di neve destinati a morire prima di toccare l’asfalto.

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Prima tappa: Osaka

Un’intimità così non la vedevi da molto: dove abiti ora la gente nei locali preferisce giocare allo smartphone piuttosto che parlarsi. Strano, i giapponesi li immaginavi più freddi dei cinesi. Freddi quanto la città di Osaka, la prima che hai visto atterrando dopo aver quasi sfiorato l’Oceano Pacifico con il carrello dell’aereo. Una città di palazzi alti 50 metri, poi 10, poi 20, che si stringono attorno a un minuscolo parcheggio per minuscole macchine, giusto accanto a quel tempietto con la fontana per purificarsi prima di inchinarsi velocemente alla volpe di pietra col bavaglio rosso.

Anonimi quanto l’architettura di una città del XX secolo rasa al suolo e ricostruita a caso, il più velocemente possibile per ospitare in gelidi loculi i nuovi giovani che nascono nell’umidità nipponica. Indaffarati dietro le loro mascherine mentre a passo veloce, in tailleur o in giacca e cravatta percorrono i cunicoli della città sotterranea che partendo dalla stazione di Umeda si diramano nel sottosuolo di una metropoli. Stanchi come una generazione che passa la vita con la schiena curva in un ufficio, inchinandosi al computer e ai superiori. Dimentichi di sé, perché ciò che conta sono i propri doveri.

La torre di Tennoji

La magia delle locande

Te li aspetti così quando segui le lanterne e discosti le tende e ti avvicini al bancone: qualcuno ti osserva ordinare tofu fritto, uova e daikon bolliti nell’oden, accompagnati da una piccola caraffa di shochu diluito in acqua calda; poi ti sorride e ti chiede chi sei, da dove vieni? Batti i piedi a terra e strofini le mani l’una contro l’altra. Faceva freddo fuori, tra i fiocchi di neve e quei brutti palazzi. Qualcuno ti consiglia di provare la buonissima potato salad in qualche bettola di Kyobashi (uova e patate bollite nella zuppa dell’oden con senape giapponese e pepe), qualcun altro ti offre sake e shochu, provali entrambi. A Osaka non c’è molto da vedere, ma si mangia da Dio e il sushi non costa niente.

Cosa vedere

Il tempio di Shitennoji, costruito nel 593 quando il buddhismo fu portato in Giappone dalla Cina, è il più antico del Paese. Chiude alle 5 e con lui il coloratissimo mercato di cibo, kimono e oggetti vari davanti all’ingresso. Poco lontano, invece, c’è il tempio di Isshinji con i Buddha creati dalle ceneri dei credenti cremati nel periodo 1603-1868. Il centro di Tennoji, con le luci psichedeliche e le lanterne accese, i ristoranti con in vetrina cibi di plastica che riproducono alla perfezione quelli che verranno serviti dentro e l’omonima torre di ferro illuminata, come in ogni città giapponese che si rispetti. Lì in zona c’è anche lo SPA WORLD, un sento che offre saune e piscine termali a tema che variano dal “Bali Paradise” al “Finland Sauna” (solo 1250 yen, 10 euro, il biglietto giornaliero).

A Osaka ci sono un paio di musei interessanti, sebbene molto piccoli: il Museo dell’Ukioe (Ovvero dei classici dipinti giapponesi) e Il Museum of Housing and Living, con la riproduzione di modelli a grandezza reale o in scala delle abitazioni tradizionali giapponesi.

Vista dall’Osaka Catel

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Il castello di Osaka

Il must è ovviamente il castello di Osaka, costruito da Toyotomi Hdeyoshi. A pochi anni dalla sua morte la fortezza fu assediata e conquistata dalle truppe dei Tokugawa. Tutt’oggi vi è un altare dedicato al primo costruttore nel parco dentro le mura con gli alberi di ciliegio che in primavera fioriscono in una nuvola rosa. Il castello è un palazzo bianco con i tetti verdi e le rifiniture dorate oggi adibito a museo, con annessa terrazza panoramica sull’irregolare squallore di Osaka, tagliato qui e lì da vie commerciali coperte e bettoline fumose e colorate, dove brindare con un bicchiere di sakè caldo. Gampai!

Il palazzo di Osaka

 

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