Viaggio a Kyoto: il mondo fluttuante

Kyoto, la capitale antica,

insieme a Tokyo, la capitale odierna, è sicuramente la città più conosciuta e più visitata del Giappone. Si tiene stretta centinaia di attrazioni turistiche e monumenti storici nonostante l’avanzata verso il futuro. Tutt’oggi a Gion, il quartiere più famoso di Kyoto, tra casette in stile tradizionale e templi rossi, si aggirano le geika (le geishe) e le maiko sui loro altissimi zoccoli di legno.

Kyoto: impressioni

Elencare tutti i luoghi più belli dove farsi fotografare è compito delle guide, io mi limiterò a raccontare le mie percezioni di Kyoto, partendo esattamente dalla stazione di Shijoji in una fredda mattina di inizio febbraio al seguito di un arzillo giapponese ottantunenne che parlava per metà inglese per metà tedesco, tutto felice di poter mostrare la città a due stranieri e di sapere di essere più in forma di due ventottenni.

Dopo un veloce sguardo al teatro dell’opera, via di corsa verso il mercato più interessante di tutta la città: il Nishiki Market. Quella mattina lo abbiamo attraversato di fretta, ma quando nei giorni seguenti ci siamo fermati lì per ore, abbiamo visto che si può assaggiare di tutto: yakitori (palline di polpo), spiedini di polpetti, il sushi e il sashimi più buoni del mondo con riso e pesce che si sciolgono in bocca (per soli 6/7 euro), frutta secca, dolci al matcha (tè verde giapponese), spiedini di pollo, il velenoso fugu (tipo pesce palla), ostriche, castagne.

Il sushi più fresco al Nishiki market

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Il mio palato è felicissimo

A dir la verità tutta Kyoto è il paradiso del cibo: attorno a Shijoji e a Gion è pieno di ristoranti che vanno dall’economico al lussuoso, dove mangiare di tutto: ramen, udon, soba, sushi, otonoyaki (frittatona alla piastra con dentro quello che vuoi), e per le strade intorno alle attrazioni turistiche si possono provare gli spiedini di passerotto, i mochi (dolcetti di farina di riso) frutta candita, torte al matcha, gelato al matcha, snack al matcha, biscotti al matcha, latte al matcha, matcha al matcha… Le vie storiche che da Gion si inerpicano fino al Kiyomizu-dera sono tutte un assaggino e quasi ci si dimentica dei bellissimi cancelletti di legno oltre i quali un minuscolo giardino di ghiaia, qualche cespuglio e un acero nodoso abbracciano casette di legno e di carta di riso oggi adibite a ristoranti e hotel costosi ma nelle quali, un tempo, viveva l’élite di Kyoto.

I vicoli di Gyon, il quartiere
delle Geishe

Il Kiyomizu-dera

Al tempio di Kiyomizu si arriva sazi e, se non si vuole tornare giù rotolando, è bene fare la passeggiata del tempio attorno alla collina che lo ospita, magari al tramonto per ammirare il sole che scende oltre le colonne e i tetti lignei dipinti di rosso vivo e decorati dai raggi dorati che illuminano, anche qui come a Osaka, i tetti irregolari della città. Nonostante l’affollamento, il Kiyomizu-dera mi è rimasto impresso per la sua pagoda vermiglia e il tempio emananti una forte spiritualità. Scalzi e silenziosi, tutti i visitatori si inchinano ai Buddha dorati e ai monaci con gli zoccoli di legno, qualcuno fa suonare ritmicamente un’immensa campana tibetana dal gong profondo e penetrante, mentre un amico, di nascosto, ne registra il suono. Oltre al vociare dei turisti nel parco, il tempio immobilizza chi vi entra. Non importa a quale religione si appartenga, se se ne appartenga, chiunque sotto il suo tetto sente, senza bisogno di ordini, di rispettare quel posto antico di secoli scampato a vari incendi e ad altre calamità.

Vista su Kyoto da Kiyomizu Dera

Il tempio Kiyomizu Dera

Il Fushimi Inari: l’icona di Kyoto

Meno intenso spiritualmente ma ancora più pittoresco è il Fushimi Inari. Il suo sentiero coperto di tori (i portali rossi dello shintoismo), fotografato nei modi più disparati, si inerpica sulle colline al sud-est della città, in una mistica passeggiata di un paio d’ore tra i boschi disseminati di statue di volpi con il bavaglio rosso e innumerevoli santuari formati da lastre con iscrizioni. Da alcuni punti è possibile osservare tutta Kyoto dall’alto. L’inizio del sentiero è affollato come una via commerciale, ma più si sale, meno gente si incontra.

Nell’ultimo santuario, oltre a noi, solo una coppia giapponese che venerava gli spiriti e gli antenati cantilenando mantra. Una passeggiata corroborante nella natura di fine inverno, in letargo, si prepara a sbocciare presto e trattiene ancora i propri segreti, legata da sempre al più antico credo del Giappone, il credo del Sole, dal quale discende la dinastia imperiale, l’unica da centinaia (migliaia dicono loro) di anni, da quando la dea solare Amaterasu partorì il primo imperatore.

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I tori al Fushimi Inari

Al Fushimi Inari, icona del Giappone

Ancora templi

A un chilometro dall’entrata del Fushimi Inari c’è il tempio Zen Tokufuji, il tempio della fortuna dell’est, famoso per il suo parco di ciliegi che fioriscono in primavera e di aceri rossi che infiammano il burrone dinanzi al tempio in autunno. Se, come me, si va a febbraio, ci si ritrova in mezzo agli alberi spogli che allungano i rami spettrali verso il cielo plumbeo, anime disperate dell’aldilà, bloccate in un limbo simile alla morte, spaventosi guardiani di templi di legno scuro che celano, per la gioia di pochi, giardini zen di ghiaia e rocce scarne dello stesso colore del cielo. Due nuclei religiosi vicini, uno rosso e potente inglobato dalla natura, l’altro grigio ed esangue che sfida il credente a trovare la gioia in quell’immobile stasi temporale.

L’ultima tappa è il Kodai-ji, il tempio fatto costruire dalla monaca Kodai, vedova di Toyotomi Hideyoshi dopo la morte in battaglia del marito. Un piccolo centro di costruzioni in legno dalle ante scorrevoli, tra cui il tempio che ospita i resti del monaco fondatore, il soffitto del quale è tappezzato dal soffitto della carrozza di Kodai e dal telaio della nave dello Shogun; più oltre due casette per la cerimonia zen del tè, ora vuote eccenzion fatta per le stuoie a terra, abbracciate da un lato da una piccola foresta di bambù. Alla cinque il tempio chiude, lo si capisce da un monaco lontano che con un tronco batte una campana di bronzo a intervalli regolari, lunghi, in una serie di cupi gong, gong, gong, mentre il sole scende oltre Kyoto ancora una volta.

Giardino Zen del tempio Tokufuji

Dettaglio del tempio Kodaiji

Il palazzo dello Shogun

Si potrebbe parlare per ore anche del Palazzo dello Shogun, un enorme complesso ligneo al centro di Kyoto, non lontano dal vecchio palazzo imperiale, con il parco di susini e prugni che a febbraio, coraggiosi, sbocciano timidi nello squallore fangoso di fine inverno attorno alla costruzione del più potente uomo del Giappone fino al diciannovesimo secolo, circondato da corridoi di telai in legno e spessa carta di riso impotente contro gli spifferi di vento gelido, e stuoie sulle quali camminare scalzi mentre si osservano le spoglie stanze dove lo shogun accoglieva gli ospiti, le pareti rivestite di foglie d’oro con dipinti diversi per ogni stanza: tigri in quella d’attesa per intimidire gli ospiti, paesaggi dei laghi in tutte le stagioni, ciliegi in fiori, aceri, falchi come simbolo del potere e altre migliaia di elementi naturali, in un rapporto armonico e continuo tra uomo e natura.

Una lanterna davanti al locale indica che è aperto

E poi?

A Kyoto c’è molto altro da visitare, oppure basta perdersi per le vie artistiche o quelle del cibo, persino per le strade residenziali si nascondono altari e templi, e davanti a ogni casa la statua di un procione, personaggio del folklore giapponese, saluta allegro i passanti. La sera ci si può perdere per le vie attorno a Shiyoji, entrare nei vicoli secondari e farsi sedurre dalla lanterna che più di preferisce, scostare la tenda e ordinare del sakè, mentre giapponesi alticci ti offrono cibo e ti riempiono di domande e foto. Pochi giorno a Kyoto non bastano: è come se sotto la forzata calma armonica e fredda di questa città, si potesse sentire la passione ribollire. Non per nulla per secoli è stata la capitale del mondo fluttuante, il mondo del piacere.

Kyoto

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