Un weekend in Bengala

Uno dei più grandi vantaggi del viaggiare, neanche a dirlo, è la possibilità di conoscere persone da tutto il mondo e di vivere situazioni che altrimenti non ti sarebbero capitate, come finire in un matrimonio in Bengala, in India, per esempio.

La storia è iniziata più di un anno fa a Canton, nel Sud-est della Cina.

Scorci di strade in Bengala

Una mia collega italiana si è messa a parlare con una ragazza indiana nell’ascensore della palestra e qualche tempo dopo eravamo a casa sua per festeggiare l’Eid, la festa mussulmana che celebra la fine del Ramadan. Lei indossava un completo kurta e leggings bianchi e aveva la testa coperta per l’occasione, che per molti islamici è importante quanto il Natale in Occidente. Tutti noi ospiti eravamo seduti a terra attorno al telo sul quale erano posati piatti colmi di specialità dell’India del Nord, il profumo di specie ci spizzicava lo stomaco. Era bella quella scena, un gruppo misto di italiani, indiani, lituani, colombiani in un appartamento in Cina.

Quella sera ho fatto amicizia con un ragazzo bengalese e una ragazza lituana, lui dottore e lei insegnante, che si erano conosciuti all’università di Dublino anni prima e avevano appena formalizzato il loro matrimonio a Hong Kong. Pochi mesi dopo avrebbero ripetuto le nozze prima in Nord Europa con un rito pagano benedetto da una sacerdotessa di Thor, poi a Calcutta secondo la tradizione della casta dei guerrieri Hindu. Un bel mix di culture.

L’amicizia è andata avanti e qualche mese dopo mi sono ritrovata in India a festeggiarli: ero in Italia per le vacanze di Natale e dovevo rientrare in Cina: insomma, il Bengala era di strada.

Da i miei amati canali al fiume sacro

Da Venezia a Calcutta

Il giorno del mio compleanno ho preso un volo da Venezia a Calcutta con ben due scali, uno a Roma e uno a Delhi. Era gennaio e a Venezia faceva freddissimo, sono partita con vestiti di lana, calze pesanti, scarponi invernali, giaccone, per ritrovarmi in una bellissima giornata estiva indiana. Amici e famiglia sono passati a prendere in aeroporto me e una ragazza congolese, arrivata da Kinshasa giusto per il matrimonio dell’amico. Abbiamo subito legato, entrambe sofferenti per il jet-lag, il viaggio attraverso mezzo mondo e la testa che scoppiava per la frenesia di quel folle e bellissimo subcontinente.

Come prima cosa abbiamo dovuto accompagnare gli sposi a fare gli ultimi acquisti. Eravamo tutti spiaccicati in una familiare: gli sposi, i genitori di lui, la madre di lei, noi due appena atterrate con i nostri bagagli. Ci siamo fermati in una strada trafficatissima per fare colazione. Mezza morta di caldo con indosso i miei abiti invernali, ho seguito gli altri in una sorta di fast-food indiano, con un paio di lavandini al centro della sala per lavarsi le mani prima di mangiare ogni sorta di salsa, zuppa e involtini usando il pane come posate. Ho adorato la crema alla menta con i pezzi di formaggio fresco presi tenendo il pane a mo’ di cucchiaino.

Le 4000 isole che affiorano in inverno in Mekong

Amicizie improvvise

L’India e la sua follia

Subito dopo eccoci di nuovo in macchina, direzione: assurdità. Calcutta mi rimarrà per sempre nella memoria come il più grande delirio mai visto. In strada c’era di tutto, macchine, carretti, camion, risciò tirati da uomini scalzi e mezzi nudi che facevano lo slalom tra vacche e feci umane, lungo i marciapiedi altarini per la dea madre Durga (che è anche la protettrice di Calcutta) e gente seduta a terra per giocare a carte o accovacciata per defecare. Clackson, grida, motori, musica, folla. Per una decina di secondi, frastornata da tutto quel delirio, ho perso di vista il gruppo dei miei amici e sono quasi andata in panico. Grazie al Cielo quel gruppo misto di teste bionde e pelli nere spiccava così tanto nel caos di Calcutta che li ho individuati subito, e come me tutta la popolazione della via ci a notati e si girava per fissarci. Questo angolo di India è davvero quello dell’immaginario comune: sporcizia, rumori, caos, miseria, e altari sacri in ogni angolo.

Un altarino improvvisato. Alle spalle il Gange
Guidatori di risciò a Calcutta

In ogni caso eravamo in una delle tante vie commerciali vicino alla stazione Howrah, i luoghi più rumorosi di ogni grande città. La prima tappa è stata un negozio minuscolo per abiti nuziali da uomo, nascosto al terzo piano di un palazzo fatiscente con al centro un cortile interno adattato a discarica e con i bagni (otturati) in comune per tutti gli abitanti. Nel negozio siamo entrati scalzi, ci hanno fatto accomodare su cuscini a terra e ci hanno offerto del tè, mentre lo sposo provava abiti, camicie dorate, kurta rosa, turbanti di ogni tipo e ci chiedeva consigli.

In India il matrimonio è una cosa seria

In totale aveva bisogno di quattro cambi per le quattro cerimonie principali spremute in due giorni, al contrario della durata normale del rito matrimoniale che va dai 4 ai 6 giorni.

Alla fine, dopo ore e ore di prove mentre io e la ragazza congolese facevamo uno sforzo immane per non svenire dalla stanchezza del viaggio e del jet lag (era il pomeriggio del 16 ed io ero sveglia dalla mattina del 14), ha acquistato i 4 cambi richiesti.

Il selfie è venuto fuori terribile, ma esprime le nostre condizioni

La sposa, invece, si è fatta fare degli abiti su misura, come top blu o rossi tempestati d’oro, enormi e pesantissime gonne con decorati elefanti o con pendenti dorati, scomodissimi sari da avvolgersi attorno al corpo più e più volte, il tutto confezionato in una botteguccia nel mercato di (nome), anche questo affollatissimo e zeppo di donne e bambini che chiedevano l’elemosina.

L’ultima tappa è stata comprare gli abiti per gli invitati, ai grandi magazzini, per pochissimi soldi. Ho comprato tantissimi kurta pigiama di ogni colore e di ogni motivo, con leggings sgargianti, lunghe gonne arancio e oro e sandaletti di stoffa con pendagli. Tutto rigorosamente poco sobrio e molto, molto economico. Non devo aver superato i 30 euro in tutto.

Dopo due ore di macchina per percorrere circa 35 km in quelle stradine piene di buche, motorini e vacche, siamo giunti in una cittadina lungo il Gange, Bhadreswar, nel Bengala occidentale. Infine, dopo circa cinquanta ore di veglia, sono potuta andare a dormire.

Il festival del ghiaccio ad Harbin, Cina

Una giornata a Bhadreswar, in Bengala

Risvegliarsi in questo angolo di casette colorate

Il giorno dopo, finalmente riposata, mi sono resa conto di essere in India, in una coloratissima casa di casa di campagna circondata da un giardino di palme e manghi e con le vacche in giro a passeggiare tra le vie del paese.

Mentre i promessi sposi tornavano nella caotica Calcutta per continuare i preparativi, io e la mia nuova amica ci siamo godute il caffè dei tipici dolci bengalesi, come i rasgulla (palline di ricotta immerse nello sciroppo freddo) e i sandesh, simili a biscotti, prima di ritirarci sulla sedia a dondolo in giardino per goderci quella primavera di gennaio, calda e piacevole per me dopo l’umido inverno veneziano, mite e dolce per lei dopo la caldissima estate congolese.

Bengala Occidentale
Chiacchierando con lo zio tra le palme, i manghi e le vacche
La via dove alloggiavamo

Da lì potevamo osservare il via vai del paese, donne in sari o kurta coloratissimi e uomini in abiti occidentali, tutti indaffaratissimi e in contrasto con le placide vacche dalla gobba, che se ne fregavano di tutta quella frenesia. Le mucche in India sono considerate animali sacri, una sorta di mamma che con il suo latte dà da mangiare, in cambio possono scorrazzare libere e protette.

Krishna e Arjuna

Bhadreswar è una città piccola, non c’è niente da vedere, se non il lungo fiume, marrone, calmo, larghissimo, il padre dell’India, solcato da barche e battelli nei quali a fine giornata si ammassano i lavoratori per tornare a casa sull’altra sponda. Di fronte al porticciolo ci sono varie scuole, l’istituto francese e una statua a grandezza di naturale di Krishna e Arjuna sul carro in una delle famosissime scene della Bhavaga gita, il testo sacro dell’Induismo. A mezz’ora di macchina sorge un tempio totalmente bianco. È proibito indossare le scarpe persino nel vasto viale e si procede a piedi nudi su un tappeto poggiato sulla ghiaia. Varie statue di personaggi importanti portano fino al tempio, tra cui una di Rabrindanath Tagore, famosissimo poeta bengalese.

Il modo di Victoria a Bhadeswar, in Bengala Occidentale
Lungo il Gange, sul molo Victoria

Chi sei tu, lettore 

di Rabrindanath Tagore

Chi sei tu, lettore 
Chi sei tu, lettore che leggi
le mie parole tra un centinaio d’anni?
Non posso inviarti un solo fiore
della ricchezza di questa primavera,
una sola striatura d’oro
delle nubi lontane.
Apri le porte e guardati intorno.
Dal tuo giardino in fiore cogli
ricordi fragranti dei fiori svaniti
un centinaio d’anno fa.
Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire
la gioia vivente che cantò
in un mattino di primavera,
mandando la sua voce lieta
attraverso un centinaio d’anni.

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