Un matrimonio a Calcutta, la città della Gioia

I riti nuziali in India sono lunghi e complessi. Variano per religione (in India le principali sono Hinduismo, Buddhismo e Islam), per zona (il Paese è grande quanto un continente e ha le stesse varietà) e, cosa interessantissima, per casta. Il mio amico viene dalla casta dei guerrieri e in quanto tale doveva seguire tutta una serie di rituali e simbolismi, troppo complicati per chi, come me, non se ne intende.

Dopo i primi due giorni passati ad esplorare la vita dei bengalesi, il matrimonio è finalmente incominciato. Il primo giorno, nel tardo pomeriggio, centinata di invitati in abiti colorati si sono riuniti nel giardino di una sala ricevimenti, l’imminente crepuscolo illuminato da fiaccole. Due terzi del cortile erano occupati da banchetti di cibo e tavolini, a guardia dell’ingresso una grande immagine di Ganesh, il Dio Elefante e distruttore degli ostacoli sul cammino verso l’illuminazione.

Il sobrio ingresso alla sala delle cerimonie

Dall’altra parte un palco con un arco e una panchina ospitavano gli sposi e a turno gli ospiti per le foto. Tutto, dai tavoli al buffet, dal palco a Ganesh era adorno di corone di fiori multicolori, specie arancioni, e che rilasciavano un piacevole odore misto a quello del cibo.

La via di fronte a

La bellissima arte del Mehendi

Al centro del giardino stava poi un baldacchino sul quale due ragazzi giovanissimi a braccia incrociate dipingevano d’henné le mani e i piedi delle donne. La cerimonia del Mehendi è affascinantissima. Con un pennello minuscolo vengono tracciati ghirigori sulla pelle della sposa e delle invitate. Richiede lungo tempo farsi dipingere i palmi, le piante e i dorsi, e soprattutto aspettare alcune ore prima che l’henné completamente asciugato si sgretoli per lasciare posto a bellissime decorazioni rosso sangue che possono durare fino a due settimane. La sposa spesso compie il Mehendi nei giorni precedenti la cerimonia per comodità, lasciando il divertimento alle invitate.

L’arte del Mehendi
Il Mehendi sui palmi
Facendo asciugare il Mehendi

All’incontro internazionale si sono unite due ragazze giapponesi, arrivate da Tokyo a Calcutta giusto per il matrimonio. Noi invitati eravamo di tutti i colori e venivamo dalla tutte le parti del mondo, dall’Africa all’Asia, dal Mediterraneo al Mar Baltico, tutti riuniti lì in quel magico Paese che è l’India.

Il Mehendi sui dorsi. p.s. Anche gli orecchini sono bengalesi!
Il risultato finale

Ballando Bollywood

Dopo cena è partito il Sangeet, il festeggiamento con il discorso dello sposo seguito da cibo, alcol e balli scatenati in stile Bollywood (a essere onesti le coreografie dei balli ci erano state inviate in anticipo ma ci siamo divertiti lo stesso anche solo ballando seguendo il nostro ritmo).

Per queste due cerimonie sono richiesti abiti tradizionali indiani, salwar, ghagra, kurta, pathani colorati. Il bianco (colore della morte), il nero (considerato di cattivo auspicio) e il rosso (colore della sposa), sono severamente vietati.

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Il più bel mix di culture

L’Haldi, purificarsi con la curcuma

La cerimonia indiana continua il giorno seguente con l’Haldi, il rito di purificazione. Io e le altre ragazze internazionali abbiamo tutte indossato il sari, il bellissimo vestito indiano tradizionale. Il mio era di raso blu scuro con le decorazioni d’oro. In quelle poche ore la mia stima verso le donne indiane che fanno persino i lavori manuali con quella striscia di tessuto che varia dai quattro ai nove metri è aumentata notevolmente: io lo perdevo inciampando anche solo per muovermi per l’hotel. Credo di aver chiesto a tutte le invitate locali di rimettermelo a posto e di darmi una dignità. Il procedimento sembrava semplice mentre lo facevano: bastava infilare il lembo superiore del sari nella sottoveste, fare delle pieghettature e avvolgerlo ancora attorno alla vita, per poi gettare sulla spalla sinistra l’ultimo capo, pieghettare anche questo e fissarlo con una spilla.

In sari e con il Mehendi diventato rosso
Io che cerco di tenere su il sari

Bellissima, se non ti muovi. In ogni caso, sono riuscita ad arrivare al terrazzo del ristorante, dove gli sposi e i familiari, tutti con abiti sull’arancio e il giallo, si spargevano la curcuma sulla fronte e sulle guance, come simbolo di purificazione prima di iniziare una nuova vita. Il rito era un misto di spiritualità e di divertimento, poiché dopo un po’ la curcuma era sulla faccia di tutti e sul palco era stata improvvisata una festa con la frenetica musica di Bollywood.

Anche qui sono richiesti abiti tradizionali indiani come il salwar o il sari per le donne e il kurta per gli uomini, di colori pastello, caldi, colori della terra d’autunno: giallo, terracotta, marrone, arancio (sì, io stonavo un po’ con il mio sari blu ma mi sentivo speciale lo stesso).

L’Haldi, la purificazione con la curcuma

Il giuramento dei guerrieri

La sera, infine, la cerimonia vera e propria, il momento del giuramento, al quale proprio nessuno può mancare. La sposa era bellissima nel suo abito rosso e dorato, zeppo di pesanti decorazioni che le rendevano quasi impossibile muoversi, il Mehendi rosso sangue sulle braccia, un enorme cerchio d’oro alla narice dorata, il velo d’oro sul capo. Il suo essere pallida e bionda metteva ancora più in risalto quell’abbondanza stilistica. Mentre lei si accomodava in un baldacchino dello stesso colore degli abiti e trasportato dagli uomini della famiglia, lo sposo in un completo d’oro e un turbante rosa sul capo, percorreva la strada a cavallo – per ricordare la sua appartenenza alla casta dei guerrieri -, seguito da tutti noi invitati, fino all’ingresso ed oltre Ganesh. Su un altro palco coperto di fiori si sono incontrati gli sposi, lui scendendo dal cavallo e lei dal baldacchino, e lì per tre volte si sono passati attorno al collo l’uno dell’altro corone di fiori in segno di unione eterna.

Gli sposi si scambiano le corone di fiori.

Infine, il giuramento dinanzi a un prete hinduista coperto solo del perizoma. Il padre di lei, lituano, ripeteva senza capire, ma in modo affascinante, le formule pronunciate dal sant’uomo, cedendo la figlia allo sposo e benedicendoli. Poi gli sposi stessi, lei ancora nascosta dal velo d’oro, a gambe incrociate tra cuscini, fiori e incenso, hanno pronunciato i loro giuramenti al cospetto del prete. Quest’ultima parte era solenne e silenziosa, un po’ come il rito in chiesa. Tutti in rispettoso silenzio osservavano ed ascoltavano, anche senza capire – come noi internazionali – la lingua lista di promesse tra i due, nell’odore di incenso, fiori e della primavera bengalese.

I voti nuziali

VITA DELLA MIA VITA…

Vita della mia vita,
sempre cercherò di conservare
puro il mio corpo,
sapendo che la tua carezza vivente
mi sfiora tutte le membra.
Sempre cercherò di allontanare
ogni falsità dai miei pensieri,
sapendo che tu sei la verità
che nella mente
mi ha acceso la luce della ragione.
Sempre cercherò di scacciare
ogni malvagità dal mio cuore,
e di farvi fiorire l’amore,
sapendo che hai la tua dimora
nel più profondo del cuore.
E sempre cercherò nelle mie azioni
di rivelare te,
sapendo che è il tuo potere
che mi dà la forza di agire.
Rabindranath Tagore

Da Calcutta al Giappone, la mia Asia