Sul tetto del mondo: Tibet Amdo, parte seconda: (settimana d’oro III)

*Memorie dall’Asia* Sul tetto del mondo: Tibet Amdo parte seconda

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Dal Lanzhou alle Grotte Buddhiste di Binglingsi, dal Fiume Giallo all’altopiano di tibetano fino al mostero di Labrang e alla steppa di Sanke. Infine, da Langmusi a…

Il pomeriggio del quattro ottobre lo abbiamo trascorso a Huanglong 黄龙, la Valle del Dragone Giallo. Per raggiungerla abbiamo oltrepassato valichi alti 5000 metri. Eravamo sul tetto del mondo! Poi siamo scesi poi a quota 3500 circa per visitare Huanglong, una valle immersa nel verde e costellata di piscine naturali dall’incredibile colore celeste, acqua che era quasi aria.

Sono in paradiso?

È stato il momento clou del viaggio: ero in Tibet, con un’aria che più pura e purificatrice non si può, circondata dagli elementi naturali in una perfetta e armonica composizione, ad ammirare la bellezza che la Madre è stata capace di creare, e insieme ha creato me. Non potevo che essere felice e grata, grata per questo respiro, per questa vita che scorre sotto la mia pelle e in ciò che mi circonda.

Luoghi così fanno comprendere perché il lamaismo apprezzi così tanto la vita, la natura, il silenzio, la fusione del tutto con l’uno e perché i tibetani siano così gioiosi e gentili. Sarei rimasta lì per sempre, ma la nostre ospite ci aspettava con la cena pronta. La grande casa dei due cantanti era di fronte a un tempio lama, in una posizione ricettiva alle forze positive.

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Huanglong

Vivere con una famiglia tibetana

L’ingresso della casa, circondato da vetrate, era freddo nonostante la giornata fosse stata abbastanza calda. Una stufa in ghisa riscaldava il salotto e i bollitori dell’acqua e del tè. La stanza era accogliente: una credenza con delle ciotole in stile cinese, un antico catino con incisioni in oro, un basso tavolo sul quale ci aspettava il famoso tè con il burro di yak, un divano coperto da un tappeto tibetano – dello stesso tipo di quelli un tempo utilizzati come letti, mettendone uno sopra l’altro. Tuttavia non mancavano le comodità moderne, come il telefono, l’adsl, la televisione, il computer, gli Iphone, le bandierine della Repubblica Popolare e un poster del presidente Gatto circondato dalla khata, la sciarpa votiva. L’unica cosa che mancava era… il bagno!

Infatti, quando ho chiesto all’ospite dove fosse, mi ha ordinato di mettermi la giacca e mi ha accompagnato fuori, accanto al tempio, dove c’era una toilette pubblica. E, come il resto dei bagni in Tibet, era una costruzione di mattoni con un buco nel pavimento e un cumulo di escrementi ben in vista. Abbiamo preferito usare un angolo della strada. Viso e denti li abbiamo lavati nell’acqua gelata della fontanella davanti casa, i piedi in catini d’acqua calda nel freddo ingresso.

Abbiamo mangiato tofu in salsa, verdure bollite, carne di capra con i peperoni, abbiamo bevuto tè con il burro di yak (salato!), vino rosso e grappa piccante del Sichuan. Il Sud-ovest della Cina è infatti conosciuto per la sua cucina ad alta infiammabilità.

Posso trasferirmi qui?

Dopo cena, gli ospiti ci hanno fatto indossare dei tipici abiti tibetani per posare davanti alla macchina fotografica: camicia colorata, gonna lunga o copriabito lungo chiusi in vita da una sciarpa e una cintura d’argento e corallo per le donne; una camicia, una casacca con ricami d’oro e un pugnale infilato nella fodera fissata sul ventre con una cintura di pelle per gli uomini. Entusiasti come bambini, abbiamo scattato tante foto.

La cena è stata piacevole, la compagnia anche, il sonno sui tappeti tibetani ristoratore. La passeggiata ad alta quota e l’emozione mi avevano stancata. Mi sono risvegliata il mattino dopo con lo scroscio della pioggia e la neve sulle montagne in lontananza.

 Nell’ingresso ci attendeva l’acqua calda in un catino di metallo per lavarsi faccia e piedi e nel salotto un’energica colazione tibetana:

tè con burro di yak, zucchero e zanpa – il porridge tibetano, una focaccia squisita da inzuppare e patate per combattere gli effetti dell’altitudine. Carichi di energia, abbiamo seguito l’ospite al tempio per far girare le ruote della preghiera con su impressi mantra, dakini e buddha. Un bel accumulo di positività!

La serata dai locali è stata la ciliegina sulla torta di un viaggio già stupendo: improvvisata, è stata una fantastica sorpresa che ha reso più autentico il nostro vagabondaggio.

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Noi, la natura e l’altopiano tibetano

Salutati l’ospite e il figlio, il cinque ottobre con il nostro Shifu abbiamo oltrepassato i monti innevati e siamo scesi fino all’incantevole parco nazionale di Jiuzhaigou 九寨沟

Centinaia erano i visitatori, tutti in fila per prendere il costoso bus che li avrebbe portati in giro per il parco e si sarebbe fermato nei punti più gettonati dove i turisti avrebbero potuto scattarsi il selfie di rito. Ma noi abbiamo deciso di andare a piedi: sarebbe stato uno spreco ammirare tanta natura dal finestrino di un mezzo pubblico. Il parco è enorme e ne abbiamo visto solo una piccolissima parte, ma lì non v’era assolutamente nessuno tranne noi due, il fiume che scrosciava accanto, le piscine alpine naturali, gli alberi che ci donavano ossigeno e ci depuravano da tutti gli inquinamenti della Cina.

La pioggia si era fermata e il cielo aperto, il sole era tornato a illuminare le cascate limpide, i laghi dall’intenso azzurro, le fronde verdi e luminose con i raggi che si riflettevano sulle gocce ancora adagiate sulle foglie. E il silenzio. Ero immersa nel presente, non più euforica come il giorno precedente, ma calma e gioiosa, vuota di ogni pensiero, con una mente e un’anima luminose, placide, aperte a ogni bene, nella giusta direzione.

Ora so come dovrebbe essere l’interiorità ogni giorno: nitida come il cielo di Xiahe, luminosa come la Via Lattea, in pace con il Tutto come la natura sulle montagne dell’Amdo, pulita e placida come i suoi laghi, pura come quell’aria, aperta, sempre, a ogni dono dell’esistenza.

Respiravo e vivevo. Null’altro. Ed era bello.

(Dopo un fortissimo terremoto nella primavera del 2017, il Parco Nazionale di Jiuzhaijou ha imposto delle restrizioni alle visite.)

Jiuzhaigou

Chengdu: la città dei panda

La magia è finita e alle tre siamo tornati dallo Shifu (l’autista) con il quale, dopo dieci ore di macchina nei tornanti e un incidente con un branco di vacche impazzite che è costato uno specchietto all’autista, all’una di notte abbiamo raggiunto Chengdu 成都, capitale della provincia del Sichuan 四川, conosciuta per il suo parco di panda giganti e panda rossi che non fanno altro che dormire e rosicchiare foglie di bambù. Lo abbiamo visitato il giorno seguente, prima di andare a mangiare l’hot pot piccante del Sichuan e fare una passeggiata nel centro ricostruito secondo lo stile architettonico dell’antico stato di Shu.

Il morale è basso: il sogno è finito e non crediamo di aver vissuto una tale esperienza, di essere stati in Paradiso. Per ridere mi faccio una foto con una scimmietta morbidissima. La città è carina per gli standard cinesi, ma pur sempre di un grigio inquinato.

Ora sono in una scatola volante, affamata (a quanto pare il costoso biglietto non include il pasto) a percorrere gli ultimi 2000 km a una velocità di 900 l’ora, senza emozioni né il bellissimo stress creativo di quei viaggi che ti ripuliscono l’anima e il corpo, con le sue fatiche e le sue meraviglie.

ottobre 2016

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