40 giorni in Asia da sola: parte 1 – Un po’ di Cina

È quasi il mio compleanno: quest’anno non prenderò nessun aereo intercontinentale come l’anno scorso, né un treno notturno che attraversa tutta la Cina come un paio d’anni fa. Mi faccio un regalo diverso dal solito, ma voglio ricordare di quel compleanno in cui mi sono regalata 40 giorni in Cina e Indocina da sola (per la maggior parte del tempo). Era il mio ventiseiesimo compleanno, abitavo a Pechino da sei mesi e non avevo nessuna paura di preparare il mio zaino verde per partire all’avventura. Gli esami erano finiti e avevo ricevuto l’ultima rata della borsa di studio: prima di tornare in Italia per lavorare sulla tesi magistrale, era tempo di viaggiare!

In quei mesi di scambio universitario in Cina avevo già visto:

L’estremo Nord: la Manciuria

In Manciuria, la regione cinese che si estende a Nord verso la Siberia, gli inverni sono molto rigidi. A Harbin, la città principale, le temperature scendono fino a -30° gradi tanto che ogni anno, a gennaio, si tiene l’Ice Festival, il festival del ghiaccio. Potevo non andare a vederlo?

Lanterne rosse e palazzi di ghiaccio

Da Pechino si arriva a Harbin in aereo in un paio d’ore, con il treno lento in un paio di giorni, o con il treno ad alta velocità in 8 ore (treno “D”). Ovviamente ho preso l’ultima opzione, che è uno dei miei modi preferiti di viaggiare in Cina. Sono partita la mattina presto e nel pomeriggio ero in questa gelida città industriale. Ho passato due giorni ad Harbin, imbacuccata e con le ciglia cristallizzate. Ho vagabondato per le sue vie dall’architettura in stile russo e fiancheggiate da statue in ghiaccio, ho passeggiato sul fiume gelato e nel solitario parco dell’Isola del Sole e osservato la suggestiva esposizione di sculture in ghiaccio illuminate dai neon. Qui il resoconto completo del mio week-end a Harbin e tutto quello che c’è da vedere.

Come donna sola, in Manciuria non ho avuto nessun problema. Sono andata in giro tranquilla e non sono mai stata disturbata. Anzi, grazie alla conoscenza della lingua ho anche chiacchierato piacevolmente con gli autisti.

Lo stile russo caratterizza il centro città

Un salto sulla costa: Jiangsu e Shanghai

Provare il massaggio dei ciechi

Dopo la visita sono tornata a Pechino per dormire un’ultima volta nella mia cameretta del campus universitario, prima di prendere un treno ad alta velocità (treno G) che copre la distanza Pechino-Shanghai in meno di 5 ore. Mi sono fermata nella città di Changzhou, a metà strada tra Nanchino e Shanghai. Non c’è molto da vedere, solo qualche parco, ma il soggiorno è stato piacevolissimo grazie all’ospitalità di una mia amica polacca conosciuta in Austria 3 anni prima. Che giri ci fa fare la vita! Sono stata da lei per un paio di giorni durante i quali ho provato il massaggio dei ciechi: ci abbiamo messo un po’ a trovare una Spa che accettasse donne – eh, il famoso lieto fine cinese! – e alla fine abbiamo deciso di lasciarci strattonare e strapazzare da due ciechi in uno stanzino puzzolente con la TV accesa su un programma giapponese. Nonostante ne sia uscita dolorante, è stata un’esperienza da provare.

L’addio a Pechino al Yuanming Yuan, il parco del Palazzo d’Estate

Maoshan e l’indovino

Il giorno seguente con un gruppo di amici siamo andate a fare trekking sul Maoshan, piccolo monte per nulla turistico nel cuore del Jiangsu, e io ero così felice di essere in primavera dopo un lungo e gelido inverno a Pechino.

Maoshan è la culla della religione del Tao, diversa dal Taoismo, un culto dedicato alla ricerca dell’elisir di lunga vita studiando l’alchimia e che ora si mantiene predicando il futuro ai passanti. Il mio indovino personale, dopo avermi fatto accendere tre incensi ed esprimere un desiderio, ha proclamato che dovrei andare a fare il medico in America o in Inghilterra (?), che a 30 anni sposerò un uomo del segno del cane, tigre o drago e che a 43 anni avrò problemi di salute. Grazie! Tutto questo è stato letto sulle mie guance e sulla fronte.

Statua di un saggio nel tempio sul monte Mao

Shanghai

Changzhou è a solo un’ora di treno veloce da Shanghai: ci sono andata per festeggiare la notte del mio compleanno con la ragazza polacca, un’amica italiana da Venezia e un marocchino col quale ho passato bellissimi momenti a Pechino. Viva l’internazionalismo. La sera seguente, invece, mi sono regalata la fuga dalla Cina. Una notte in treno trascorsa a dormire su scomodi sedili e sono arrivata a Shenzhen, mi sono guadagnata il mio bel timbro di uscita – che, devo essere onesta, mi ha un po’ commosso – e sono tornata nel mondo normale. Che mi ha trovata disorientata.

L’estremo Sud: Hong Kong

Il mondo normale, per me all’epoca, era incarnato dalla bellissima, fatiscente, romantica Hong Kong. Giusto il tempo di dire arrivederci a un’amica di Guangzhou, prima di passare 5 giorni da sola nella città più popolosa del mondo. Ho ripescato un diario nel quale scrivevo:

Qui a Hong Kong nessuno sputa o urla, nessuno mi spinge o si fionda nella metro spiaccicando il prossimo, nessuno mi guarda né mi fa foto, la gente è ben vestita e profuma. Sono tornata nella normalità, nella logica, nella pace e nell’anonimato e forse.

Ora scrivo dalla Stanley Beach dell’isola di Hong Kong, in una ventosa ma calda giornata primaverile (ed è il 18 di gennaio!) Sotto un cielo plumbeo che esalta la mia felice solitudine odorosa di salsedine. Il cammino attraverso la Cina è stato difficile, ma anche bello, per parafrasare Boccadoro, e infine sono qui, alla meta, al tanto amato mare che culla questi flussi di parole con la spuma delle sue onde infrante su scogli rossastri.

L’avventura cinese termina in questa città, crocevia di mille culture: dalla superstizione cinese al rigore inglese ai colori indiani, dalla magia della natura ai prodigi umani. Ho attraversato le alte colline sulle quali svettano i grattacieli imperiosi che dalla loro altezza guardano in basso all’oceano e alle sue mille isole selvagge.

La dea Guangyin, protettrice del mare, protegge Hong Kong e me che qui, dalla destinazione, incomincio un viaggio verso Sud: Laos, Cambogia e Thailandia.

Incenso a Tinhou, protettrice dei marinai, sulla Stanley Beach

Quei cinque giorni a Hong Kong sono stati catartici. Spesso si sottovaluta il valore del viaggio in solitaria: ok, devo ammettere che ci sono alcuni momenti in cui una può annoiarsi o sentirsi spaventata, ma in generale è un’esperienza unica. È il momento di ripulire i propri pensieri, di buttare via quelli che non servono e di lucidare i più utili. È il momento giusto per fare un piano per il futuro senza essere influenzata dalle parole altrui. O può essere anche solo un piccolo momento di libertà nel quale seguire i propri ritmi: svegliarsi quando si vuole, mangiare dove e cosa si vuole, scoprire la città vagabondando per le sue strade senza una meta e senza dover tener conto delle esigenze dell’altro (ogni tanto si può essere sanamente “egoisti”). Ed è così che ho riscoperto Hong Kong. C’ero stata la prima volta nel 2013 e non mi aveva colpita molto, ma ora mi stava facendo innamorare. La città più densamente popolata del mondo si mostrava in squallidi palazzoni costruiti senza logica, arrugginiti dalle piogge e dai tifoni, con le famose insegne l’una dietro all’altra o l’una sull’altra lungo le strette strade.

Vista sullo skyline dell’isola di Hong Kong da Tsim Tsa Tsui

I stretti condomini nell’area di Wanchai e Hennessy Road odorano di incenso, davanti a ogni portone e dentro a ogni negozio sorgono piccoli altari in onore di dei dell’aria minacciosa con le offerte ai loro piedi: mandarini, fiori e succhi di frutta. Più in là, sulla punta estrema della penisola di Kowloon, i palazzi coloniali si fondono al sentore di salsedine e di umidità tropicale. A tutto ciò si alternano le nuove strade con i negozi di lusso e i passanti eleganti, in uno scintillare di ricchezza e i templi alla dea Tinhou o al Buddha, decorati da statue di animali dell’astrologia cinese. Molte persone, soprattutto donne, vengono qui a chiedere il futuro con il metodo dei bastoncini: si scuote un tubo di legno con molti bastoncini ognuno contrassegnato da un numero. Quello che cade a terra indica un biglietto dello stesso numero, che verrà poi letto da uno dei tanti indovini negli uffici al lato del tempio.

Le insegne di Mong Kok a Kowloon, la zona più densamente popolata del mondo

Hong Kong è considerata la città più costosa del mondo, ma si possono mangiare delicatezze al vapore o wonton per soli 3 euro. La parte preferita del viaggio è stata però la traversata in autobus attraverso le colline dell’isola, tra i tornanti fiancheggiati dai grattacieli costruiti sulle cime delle colline. E oltre, l’Oceano e i mille isolotti selvaggi di Hong Kong. Anche a Hong Kong, come in tutta la Cina, non ho avuto problemi in quanto donna da sola. Neanche in futuro, quando di notte sarei uscita a festeggiare con una mia amica. Basta prendere le stesse precauzioni che prenderemmo anche nella nostra città, e nessuno ci disturba. Forse a Hong Kong si soffre un po’ di più la solitudine, così immerse nella folla di persone indaffarate, ma a farci compagnia ci sono tutte le sue meraviglie.

Anni dopo sarei tornata ancora a Hong Kong più e più volte, e ne racconterò ancora. Ora, invece, era tempo per il Sud-Est: Laos, Cambogia e Thailandia.